LATINA – Rischia il processo l’imprenditore pontino Aurelio Proia, al quale, unitamente ad altre 26 persone, la Direzione distrettuale antimafia di Bari ha notificato negli ultimi giorni l’avviso di conclusione delle indagini concernenti l’operazione “Erebus”. Proia e i rappresentanti legali di dieci società devono difendersi dalle accuse, a vario titolo, di traffico illecito di rifiuti speciali, pericolosi e non pericolosi. Secondo le risultanze investigative dei Pm della procura antimafia del capoluogo pugliese gli indagati avrebbe abbandonato i rifiuti in cave, terreni agricoli e capannoni dismessi in Puglia, Campania e Lazio e anche in aree tutelare come nel parco nazionale dell’Alta Murgia e di quello regionale delle Dune costiere.
La conclusione delle indagini preliminare per Proia- in qualità di amministratore unico della “MP Recuperi Srls” – e gli altri 26 indagati arriva a pochi mesi, da quando, il 27 maggio scorso i Carabinieri del Gruppo per la Tutela dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica di Napoli, unitamente ai Carabinieri dei Comandi Provinciali territorialmente competenti, avevano dato esecuzione nelle province di Foggia, Salerno, Napoli Benevento, Roma e, appunto, Latina, ad un’ordinanza di applicazione di misura cautelare nei confronti di 19 soggetti (6 arresti domiciliari, 7 obblighi di presentazione alla Polizia Giudiziaria e 6 interdizioni per un anno dall’esercizio dell’attività imprenditoriale), ritenuti responsabili a vario titolo del reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti. Secondo la Dda barese gli indagati- ciascuno con mansioni specifiche – avrebbero utilizzato codici EER non corrispondenti alla reale natura dei rifiuti, formulari contenenti indicazioni false e operatori privi dei titoli necessari o attivi al di fuori delle autorizzazioni possedute.
Gli illeciti sarebbero stati commessi dall’ottobre 2023 e avrebbero fruttato – sempre secondo la convinzione della Dda, poi condivisa dal Gip del Tribunale di Bari Ilaria Casu – un altrettanto illegale guadagno di 2 milioni e 800 mila euro, calcolato sommando i compensi ricevuti e i costi di trattamento risparmiati relativamente allo smaltimento di ingenti quantità di rifiuti speciali– in prevalenza scarti provenienti dal trattamento dei rifiuti speciali/industriali, rifiuti tessili e frazione indifferenziata di RSU – provenienti da impianti di trattamento/recupero dislocati nelle province di Roma, Napoli, Caserta, Brindisi e Salerno. La conclusione delle indagini per Proia e gli altri 26 indagati ipotizza il trasferimento e lo smaltimento di rifiuti presso cave in disuso, nonché aree agricole (vigneti e uliveti) e capannoni dismessi, ubicati nelle province di Foggia, di Barletta-Andria e TRani, di Bari, di Napoli e Frosinone, con conseguente imponente deturpamento e danneggiamento delle aree interessate (alcune di particolare pregio naturalistico) e rischio per la salute stessa.
Con gli arresti a maggio erano state – come detto – sequestrate 10 società produttrici di rifiuti, 60 automezzi, nonché beni mobili e immobili fino al raggiungimento della cifra riconosciuta quale provento dell’attività criminosa sulla quale ora, molto probabilmente, dovrà pronunciarsi il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale del capuologo pugliese.