Alexandra Luna Costantin, 41 anni, è stata rinvenuta senza vita nel letto della cella. La Procura di Roma ha aperto un’indagine: al momento non emergerebbero elementi riconducibili a un gesto volontario. Il caso riaccende l’attenzione sul sovraffollamento dell’istituto femminile
LATINA – Sarà l’autopsia a chiarire le cause della morte di Alexandra Luna Costantin, la detenuta di 41 anni originaria di Latina trovata senza vita nel letto della propria cella nella Casa circondariale femminile di Rebibbia. Il decesso risale alla mattinata di lunedì 31 agosto, ma sulle circostanze che lo hanno preceduto restano ancora diversi aspetti da ricostruire.
La Procura di Roma ha aperto un’indagine e affidato l’incarico a un medico legale. L’esame autoptico dovrà accertare la causa e l’ora della morte, verificando anche l’eventuale presenza di patologie o di altri fattori che possano aver determinato il decesso. In base alle informazioni raccolte finora, non sarebbero emersi elementi tali da ricondurre l’accaduto a un gesto volontario. Nessuna ipotesi potrà tuttavia essere considerata definitiva prima dell’esito degli accertamenti medico-legali.
A dare l’allarme sarebbe stato il personale dell’istituto nel corso della distribuzione mattutina della terapia. Le compagne che condividevano la cella con la donna non si sarebbero accorte di quanto stava accadendo durante la notte. Secondo quanto riferito dal sindacato di Polizia penitenziaria Cnpp-Spp, sul cuscino sarebbero state rilevate alcune tracce di sangue. Anche questo elemento sarà sottoposto alle valutazioni degli inquirenti e del medico incaricato dalla Procura.
La notizia dell’apertura dell’indagine e le prime informazioni sulle condizioni della detenuta sono state confermate dall’ufficio del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio. Agli uffici del Garante risulta che Costantin fosse invalida e attendesse la revisione della relativa pratica. La sua situazione sanitaria e le terapie alle quali era sottoposta rientreranno presumibilmente nella documentazione che sarà acquisita per ricostruire il quadro clinico precedente alla morte.
Nata nel 1985, la donna si trovava a Rebibbia da circa un anno. La fine della pena era indicata al 27 settembre 2032, ma la condanna non era ancora definitiva.
Nel marzo scorso il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina Giuseppe Cario l’aveva condannata, con rito abbreviato, a sette anni di reclusione e a 1.555 euro di multa per rapina e lesioni aggravate. La sentenza riguardava alcuni episodi commessi ai danni di donne, anche anziane, mentre per altre contestazioni era stata pronunciata l’assoluzione. La difesa, rappresentata dall’avvocato Paolo Tempestra, aveva presentato ricorso in Appello.
L’inchiesta che aveva portato al suo arresto era stata condotta dai Carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile, con la collaborazione delle stazioni di Latina e Sabaudia. Gli episodi contestati si sarebbero verificati tra giugno e luglio 2025.
Una delle vittime, una donna di 79 anni, era stata aggredita alle spalle nei pressi dell’ospedale Santa Maria Goretti e trascinata a terra durante il tentativo di sottrarle la borsa. Un’altra settantenne era stata assalita con modalità simili in via Terracina, riportando delle lesioni. Un ulteriore episodio aveva riguardato il furto di due borse da un’automobile e la successiva minaccia con un paio di forbici ai danni della proprietaria. Le indagini si erano basate sulle dichiarazioni delle vittime e dei testimoni e sulla conoscenza del territorio da parte degli investigatori. La posizione giudiziaria della donna era ancora aperta, essendo pendente il giudizio di secondo grado.
La morte della quarantunenne ha provocato un nuovo intervento del Cnpp-Spp sulle condizioni degli istituti penitenziari italiani. «Non possiamo più parlare di singole emergenze o di episodi isolati», ha dichiarato il segretario del sindacato Aldo Di Giacomo, secondo il quale la successione di decessi, aggressioni e altri eventi critici dimostrerebbe una perdita di controllo del sistema carcerario.
In un primo momento il sindacato aveva osservato che, qualora fosse stata accertata l’ipotesi del suicidio, quello di Rebibbia sarebbe stato il cinquantesimo caso dall’inizio dell’anno secondo il proprio conteggio. Gli elementi acquisiti successivamente dal Garante regionale, però, non sembrerebbero al momento orientare gli accertamenti verso un gesto volontario. Sarà quindi necessario attendere l’autopsia senza anticipare conclusioni.
Il Cnpp-Spp ha richiamato anche le difficili condizioni nelle quali opera la Polizia penitenziaria. «Dal primo gennaio sono circa 3.800 i poliziotti penitenziari che hanno dovuto ricorrere alle cure ospedaliere in seguito ad aggressioni ed eventi critici», ha affermato Di Giacomo.
Il decesso si inserisce inoltre nel difficile quadro della Casa circondariale femminile “Germana Stefanini”. I dati del Ministero della Giustizia indicano 370 detenute presenti a fronte di 272 posti regolamentari: 98 persone in più rispetto alla capienza prevista e un tasso nominale di affollamento superiore al 136 per cento. Una parte dei posti risulterebbe inoltre non disponibile, con un’incidenza reale del sovraffollamento ancora più elevata.
La situazione era stata segnalata nei mesi scorsi anche dalla garante dei detenuti di Roma Capitale, Valentina Calderone, che aveva posto l’attenzione non soltanto sul numero delle presenze, ma anche sulle conseguenze del sovraffollamento nell’accesso alle cure, ai servizi e ai percorsi trattamentali. Rebibbia femminile è il più grande istituto penitenziario esclusivamente destinato alle donne in Italia e ospita una popolazione detenuta con esigenze sanitarie, psicologiche e sociali spesso complesse.
L’indagine sulla morte di Alexandra Luna Costantin dovrà ora procedere su un piano distinto rispetto al dibattito generale sulle condizioni delle carceri. Gli inquirenti dovranno ricostruire le ultime ore della donna, acquisire la documentazione sanitaria e verificare quali terapie le fossero state prescritte e somministrate. Soltanto l’esito dell’autopsia potrà fornire i primi elementi certi e stabilire se il decesso sia stato provocato da un malore, da una patologia o da altre cause.