FORMIA – Considerato l’armiere e amico di una vita di Ernesto Bardellino, il 77enne Giuseppe Favoccia sarebbe dovuto essere martedì mattina davanti il Tribunale di Cassino (collegio presieduto da Massimo Lo Mastro) con l’accusa di aver posseduto l’arma con cui ignoti nel febbraio 2023 avrebbero attentato alla vita di Gustavo Bardellino nel luogo in cui lavorava, la concessionaria Buonerba, in località Gianola a Formia. Favoccia ha dato forfait per i suoi acciacchi renali ma il processo è arrivato ad un punto di svolta: il Tribunale ha nominato un ispettore specializzato che insegna presso la scuola di Polizia di Roma che dovrà valutare l’efficacia e l’efficienza dell’arma sequestrata dal Commissariato nell’estate di tre anni fa presso l’abitazione di Favoccia in località Acqualonga.

L’ex commerciante di bestiame, imputato di porto abusivo di arma clandestina, ha sempre giustificato il possesso della pistola per difendersi dai furti notturni consumati in quel periodo nelle campagne circostanze la sua villetta. Aggiunse pure di averla acquistata nel mercato nero vicino ad Aversa. Ora a definire la funzionalità dell’arma o se si sia trattato di un “ferro vecchio” dovrà stabilirlo un consulente del Tribunale cui si affiancherà un perito che nominerà il legale difensore di Favoccia, l’avvocato Michelangelo Fiorentino. Le operazioni peritali di fatto inizieranno tra meno di 40 giorni ,il 5 novembre, presso i laboratori della Polizia Scientifica a Roma.
Il processo è ripreso dopo l’audizione avvenuta lo scorso marzo quando fu ascoltato un ispettore della Dia che partecipò al blitz dei colleghi del commissariato di Formia: “Sono arrivato a casa Favoccia, ho suonato e ho visto che qualcuno prendeva tempo prima di aprire, allora ho scavalcato la ringhiera e una volta all’interno – aveva detto il teste della Pubblica accusa – ho visto questa persona anziana con la pistola tra le mani, arma che poi abbiamo sequestrato”.
Amico del fratello di Ernesto Bardellino, Antonio, il 77enne Favoccia 12 anni fa riferì alla Polizia, in seguito ad un’intercettazione ambientale, che il fondatore del Clan dei Casalesi, contrariamente a quanto sostengono le sentenze passate in giudicato del processo “Spartacus”, non sarebbe stato ucciso nel 1988 in Brasile ma si sarebbe nascosto in un bunker fatto costruire a Formia dove avrebbe vissuto sino al 2018, 30 anni dopo il presunto agguato mortale in Sudamerica.
Le dichiarazioni “captate” di Favoccia non hanno, tuttavia, mai trovato un riscontro tant’è che l’ex autotrasportatore di bestiame ritrattò le sue dichiarazioni. Il processo riprenderà invece il prossimo 12 gennaio quando saranno discussi in aula i risultati della perizia conferita nell’udienza di martedì.
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