Maxi operazione antidroga nel cassinate, sequestri per oltre 5 milioni di euro

CASSINO – Un giro da 5 milioni e mezzo di euro, alimentato in larga parte dello spaccio di droga e poi dalle estorsioni e dall’usura: per ricostruirlo i carabinieri e la Procura Antimafia di Roma hanno impiegato anni. E mercoledì mattina hanno fatto scattare le misure: 27 gli indagati, 17 dei quali sono stati portati in carcere all’alba, 3 sono finiti ai domiciliari e muniti di braccialetto elettronico per verificarne gli spostamenti, altri 7 sono stati iscritti nel registro degli indagati senza che per loro siano stati emessi provvedimenti cautelari. L’operazione è scattata – come detto – all’alba di mercoledì in diversi quartieri di Cassino e nei comuni limitrofi, con l’impiego di un elicottero dei Carabinieri del Nucleo Elicotteri di Roma Urbe e del Raggruppamento Operativo Speciale, delle unità cinofile antidroga, di personale dotato di apparecchiature georadar per la ricerca di droga, armi e valori occultati nel sottosuolo e nelle intercapedini. In tutto, sul campo sono scesi circa 120 carabinieri, eseguendo perquisizioni, notifiche e misure in diversi comuni delle province di Frosinone, Napoli, Caserta, Perugia e a Roma.

Le accuse ipotizzate dalla magistratura antimafia vanno, a vario titolo, dall’associazione armata finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti aggravato dall’ingente quantità smerciata, detenzione e cessione di cocaina, usura, estorsione, detenzione di armi e ulteriori reati, in più casi con l’aggravante del metodo mafioso. L’indagine è cominciata nel 2019 quasi per caso: una costola dell’inchiesta sull’omicidio del piccolo Gabriel Feroleto, il bimbo di 3 anni di Piedimonte San Germano picchiato e soffocato dal compagno (originario di Gianola a Formia) della madre perchè piangeva e disturbava la loro intimità. Dalle indagini scaturì il materiale con cui poi l’uomo venne condannato all’ergastolo (poi ridotto a 24 anni) e la madre a 30 anni (poi ridotti a 14). Ma da quegli accertamenti si scoprì che nell’area intorno all’abitazione del delitto accadeva anche altro. Al quale madre e compagno erano estranei. Ma accadeva lì vicino. A sviluppare quegli elementi sono stati i carabinieri, individuando un sodalizio su base familiare che hanno monitorato per anni. Dagli atti risulta che “acquirenti sii rifornivano dal gruppo da oltre dieci anni e conversazioni intercettate in cui gli stessi indagati rivendicavano un’attività ultradecennale nel settore degli stupefacenti, mai interrotta da arresti” effettuati durante le varie tappe dell’indagine. Gli atti documentano anche i progetti di espansione del gruppo verso nuove zone popolari della città di Cassino, da “colonizzare” anche attraverso l’occupazione di alloggi. Il gruppo avrebbe gestito il traffico con una precisa ripartizione dei ruoli: approvvigionamento, trasporto, custodia, confezionamento, vendita al dettaglio, recupero dei crediti e tenuta di una vera e propria cassa comune. Si riforniva di cocaina anche da canali campani dell’area di Torre Annunziata, alimentando una rete di piazze di spaccio a Cassino, Piedimonte San Germano, Aquino e Roccasecca. Snodo centrale era proprio la località “Volla” di Piedimonte San Germano a ridosso del luogo in cui avvenne l’omicidio del piccolo Gabriel: quell’area viene ritenuta dagli inquirenti un punto di cessione “sempre aperto”, gestito prevalentemente da donne del nucleo familiare indagato, con un flusso costante di acquirenti documentato da foto, immagini e riscontri su strada, e con consegne di denaro alla cassa comune.

Un immobile rurale nell’area di Aquino fungeva, secondo quanto ipotizzato dai Carabinieri, da deposito per lo stoccaggio dello stupefacente e del denaro. Nel corso delle indagini sono stati sequestrati circa 1,3 chilogrammi di cocaina e ricostruite, in via indiziaria, forniture per complessivi 63 chilogrammi. Il Gip del Tribunale di Roma ha riconosciuto l’aggravante dell’impiego di minori e di persone con gravi fragilità per le cessioni al dettaglio. Stando alle indagini, anche acquirenti tossicodipendenti e indebitati venivano assoggettati al gruppo: gli atti documentano persone costrette, per paura di ritorsioni, a intestarsi autovetture, a commettere furti sul posto di lavoro o ad accollarsi rate di acquisti per conto degli indagati, piuttosto che denunciare. Le intercettazioni — anche ambientali — hanno portato ad ipotizzare la disponibilità di armi tra cui un revolver, una pistola semiautomatica, un mitra e un fucile d’assalto; nel corso di una perquisizione a carico di uno degli indagati erano stati rinvenuti, sepolti sotto terra, circa un chilogrammo di cocaina, una pistola con munizionamento e la contabilità dell’attività usuraria, insieme a una rilevante somma in contanti. Le armi risultano inoltre utilizzate per minacciare acquirenti e vittime.

Accanto al narcotraffico, il provvedimento cautelare ricostruisce vari episodi di usura ed estorsione, in parte collegate al recupero di crediti da droga e in parte a prestiti a tassi usurari verso persone in difficoltà economica. Per costringere le vittime a pagare, gli indagati avrebbero fatto ricorso — secondo gli indizi raccolti dai Carabinieri e condivisi dal Gip — a incendi di abitazioni e tettoie, danneggiamenti di attività commerciali e veicoli, aggressioni fisiche, minacce anche a mano armata e all’imposizione di forniture di beni e servizi mai pagati. Significativa la condizione di assoggettamento e omertà registrata negli atti: vittime che, pur colpite da incendi e danneggiamenti, non sporgevano denuncia, tanto che in più casi a rivolgersi ai Carabinieri sono state le madri e i familiari delle persone offese. È su questa capacità di intimidazione — sorretta dalla reputazione criminale e da un radicamento territoriale ultradecennale — che si fonda la contestazione dell’aggravante del metodo mafioso ipotizzata dalla Procura Antimafia.

Il volume d’affari complessivo dell’organizzazione è stato quantificato in circa 5,5 milioni di euro, di cui oltre 5,2 milioni derivanti dal narcotraffico e circa 238 mila euro dalle condotte estorsive. Il Gip di piazzale Clodio ha disposto per questo il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, di denaro, beni mobili, beni immobili e disponibilità finanziarie fino alla concorrenza complessiva di 5 milioni 378mila 920 euro. Le perquisizioni di oggi hanno puntato anche alla ricerca di documentazione bancaria, titoli, dispositivi e ogni altro elemento utile alla ricostruzione delle disponibilità finanziarie degli indagati, per procedere poi al sequestro ed all’eventuale confisca.