Aprilia / Blitz antimafia dei Carabinieri: tre arresti tra estorsioni, droga e riciclaggio. Sequestrati beni per due milioni di euro

APRILIA – Un’indagine articolata, sviluppata nell’arco di oltre un anno e mezzo, che accende i riflettori sui presunti intrecci tra estorsioni, traffico di stupefacenti, interessi imprenditoriali e ambienti della criminalità organizzata di matrice ’ndranghetista. È questo il quadro delineato dall’operazione condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Latina, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, che ha portato all’esecuzione di tre misure cautelari e al sequestro di beni aziendali e disponibilità finanziarie per un valore complessivo stimato in almeno due milioni di euro.

In carcere sono finiti Paolo Brando, classe 1979, residente ad Aprilia, e Ivan Morsicani, classe 1973, di Latina. Per Moira Di Giulio, moglie di Brando, classe 1983, è stata disposta la misura degli arresti domiciliari.

I provvedimenti sono stati eseguiti tra Aprilia e Ferrara sulla base di un’ordinanza emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, su richiesta del sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia Lorenzo Del Giudice. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, episodi di estorsione e tentata estorsione, autoriciclaggio e detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio, con specifiche aggravanti, tra cui quella del metodo mafioso.

L’attività investigativa ha inoltre portato al sequestro dei beni aziendali riconducibili a due associazioni sportive dilettantistiche operanti nella gestione di circuiti di kart, oltre che dei conti correnti intestati ai rispettivi proprietari. Contestualmente, sono state eseguite perquisizioni in diverse regioni nei confronti di altri 17 indagati.

L’indagine partita da una denuncia per tentata estorsione

L’inchiesta ha preso avvio da una denuncia per tentata estorsione ed è stata condotta tra novembre 2023 e luglio 2025 dai militari del Nucleo Investigativo, sotto la direzione del comandante Antonio De Lise e con il coordinamento della DDA capitolina.

A partire da quella prima segnalazione, gli investigatori avrebbero ricostruito una serie di condotte che, secondo l’impostazione accusatoria, non si sarebbero limitate a singoli episodi di intimidazione, ma avrebbero delineato un sistema nel quale la pressione sulle vittime, la disponibilità di denaro proveniente da attività illecite e il controllo di interessi economici si sarebbero intrecciati.

Al centro dell’indagine figura Paolo Brando, radicato nel territorio pontino e di origini calabresi, che gli investigatori ritengono inserito in una rete di rapporti con ambienti della ’ndrangheta. In particolare, viene richiamata la presunta vicinanza alla cosca Alvaro di Sinopoli e la capacità di inserirsi, secondo gli elementi raccolti dagli inquirenti, in contesti riconducibili alla cosca Gallace di Guardavalle, storicamente presente sul litorale romano, tra Anzio e Nettuno.

Si tratta di collegamenti e ricostruzioni investigative che costituiscono parte del quadro accusatorio e che dovranno essere valutati nelle sedi giudiziarie competenti.

La pista di kart di Latina e le presunte pressioni sul gestore

Uno dei filoni principali dell’inchiesta riguarda il tentativo di estorsione che sarebbe stato commesso da Brando e Morsicani ai danni del proprietario di una pista di kart a Latina.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, i due avrebbero cercato di ottenere una forma di cogestione dell’impianto sportivo, imponendo al gestore anche l’utilizzo esclusivo di kart e minimoto di un determinato marchio commerciale, Ohvale.

Le presunte pressioni sarebbero state accompagnate da minacce e intimidazioni, facendo leva, secondo l’accusa, sulla forza intimidatrice derivante dalla contiguità con ambienti della criminalità organizzata.

Un primo episodio risalirebbe al novembre 2023, quando Brando e Morsicani si sarebbero presentati insieme presso il circuito, rivolgendosi in termini intimidatori anche alla moglie del gestore. Successivamente, il titolare sarebbe stato minacciato con l’obiettivo di costringerlo ad accettare le condizioni richieste.

Il messaggio che sarebbe stato trasmesso alla vittima, secondo la ricostruzione investigativa, era inequivocabile: la possibilità di continuare a lavorare sarebbe dipesa dall’accettazione delle imposizioni avanzate dagli indagati.

«Qua facciamo i soldi veri, altrimenti tu non lavori», è una delle frasi riportate negli atti e attribuite agli indagati.

Le pressioni non si sarebbero esaurite negli incontri diretti. Gli investigatori avrebbero acquisito anche comunicazioni e messaggi riconducibili a Brando, nei quali il gestore veniva avvertito che l’acquisto di kart nuovi avrebbe dovuto passare attraverso canali commerciali riconducibili a lui o ad altri soggetti indicati come suoi referenti.

In uno dei messaggi riportati nella documentazione investigativa, Brando avrebbe sostenuto di poter condizionare gli acquisti in diverse aree d’Italia, richiamando la presenza di altri soggetti calabresi e contestando al gestore un atteggiamento di presunta superiorità.

In un’altra comunicazione, sempre secondo gli atti, avrebbe intimato alla vittima di prestare attenzione al modo in cui si rivolgeva a lui, arrivando a prospettare conseguenze sulla possibilità di proseguire l’attività lavorativa.

Il quadro descritto dagli inquirenti è quello di una pressione reiterata, finalizzata a ottenere il controllo, almeno parziale, dell’attività economica e a condizionare le scelte commerciali del titolare. Il ricorso al metodo mafioso viene contestato in relazione alla presunta evocazione, da parte di Brando, di legami e appartenenze a contesti criminali di matrice ‘ndranghetista, utilizzati per rafforzare la portata intimidatoria delle minacce.

La denuncia del gestore avrebbe consentito di avviare gli accertamenti che hanno poi portato allo sviluppo degli altri filoni investigativi.

Le intimidazioni per il circuito di Ferrara

Un ulteriore capitolo riguarda gli interessi legati alla gestione di un circuito di minimoto a Ferrara.

Secondo l’ipotesi accusatoria, Brando avrebbe minacciato un uomo allo scopo di indurlo a non interferire nella procedura per l’aggiudicazione della gestione dell’impianto, che avrebbe dovuto essere affidata all’associazione sportiva dilettantistica XBikes 2.0 Circuit.

Le pressioni, sempre secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero state rivolte anche a Federica Marchetti, alla quale Brando avrebbe contestato la pretesa di ottenere una posizione di maggiore rilievo all’interno della società che gestiva la pista.

Anche in questo caso, gli investigatori ipotizzano che le intimidazioni non fossero riconducibili soltanto a controversie commerciali, ma si inserissero in un contesto più ampio, caratterizzato dal tentativo di condizionare la gestione degli impianti e i rapporti tra i soggetti coinvolti.

Le contestazioni dovranno essere verificate nel corso del procedimento giudiziario.

Il presunto pestaggio per fermare una causa di lavoro

Tra gli episodi contestati figura anche un’altra presunta estorsione, che avrebbe coinvolto Brando, alcuni suoi familiari e due cittadini brasiliani, Joao Resi Cordeiro Belo Silva e Marcio Rodrigo Silva.

La vittima sarebbe stata presa di mira per costringerla a rinunciare a una causa di lavoro avviata contro la Universo Pneumatici Import Export S.r.l.s., azienda riconducibile alla famiglia Brando.

Secondo gli elementi raccolti dagli investigatori, l’uomo sarebbe stato spinto a terra e aggredito fisicamente. Anche i suoi genitori sarebbero stati destinatari di gravi minacce.

L’obiettivo, secondo la prospettazione accusatoria, sarebbe stato quello di indurre la persona offesa ad abbandonare l’iniziativa giudiziaria intrapresa nei confronti dell’azienda.

L’episodio viene ricondotto dagli inquirenti a una presunta strategia intimidatoria nella quale la violenza e le minacce avrebbero avuto la funzione di condizionare le scelte della vittima e impedire il proseguimento della controversia lavorativa.

La cocaina e il kartodromo sulla Nettunense

Accanto alle contestazioni estorsive, l’indagine avrebbe documentato un’attività continuativa di spaccio di sostanze stupefacenti, prevalentemente cocaina, con una presunta base operativa ad Aprilia, presso il kartodromo Moto Club Christel Village, situato lungo la via Nettunense.

L’impianto sportivo sarebbe stato utilizzato, secondo l’ipotesi investigativa, come punto di riferimento logistico per gli scambi e le cessioni di droga. I movimenti sarebbero stati monitorati per diversi mesi dai Carabinieri del Nucleo Investigativo, che avrebbero ricostruito una serie di incontri e passaggi di stupefacente.

Nel filone relativo allo spaccio sono coinvolti Brando, Di Giulio, Morsicani, Salvatore La Porta e Alessio Piras.

A Brando viene attribuito un ruolo di vertice nell’organizzazione ipotizzata dagli inquirenti, mentre a Di Giulio sarebbe stato assegnato un compito organizzativo. Gli altri soggetti sarebbero stati coinvolti, secondo la ricostruzione accusatoria, nelle attività di trasporto e cessione della sostanza.

Le contestazioni comprendono anche l’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Sarà il procedimento giudiziario a stabilire le responsabilità individuali e la consistenza delle condotte attribuite a ciascun indagato.

Il kartodromo, dunque, sarebbe stato contemporaneamente un’attività sportiva e, secondo l’accusa, un punto nevralgico per la gestione dello spaccio. È proprio da questo presunto circuito illecito che prende forma il filone economico-finanziario dell’inchiesta.

I profitti della droga reinvestiti nei circuiti di kart

L’aspetto considerato di particolare rilievo dagli investigatori riguarda la destinazione dei proventi derivanti dalla presunta attività di narcotraffico.

Gli accertamenti avrebbero consentito di individuare flussi di denaro che, dopo essere stati generati da attività illecite, sarebbero stati impiegati per finanziare e sviluppare iniziative imprenditoriali nel settore dei kart.

In particolare, gli investigatori avrebbero ricostruito investimenti riconducibili alla gestione di due circuiti: l’Acerra Circuit, ad Acerra, in provincia di Napoli, e l’XBikes 2.0 Circuit, a Ferrara.

Per l’impianto campano, a Brando e alla moglie Moira Di Giulio viene contestato l’autoriciclaggio, aggravato dal metodo mafioso, in relazione all’impiego di circa 14.000 euro che, secondo l’accusa, sarebbero derivati da attività illecite.

L’ipotesi investigativa è che il denaro sia stato utilizzato per finanziare lo sviluppo dell’attività sportiva, contribuendo a inserirne i proventi nel circuito economico legale e a dissimularne l’origine.

Per la pista di Ferrara, invece, gli investigatori avrebbero individuato un investimento di circa 120.000 euro, effettuato nel marzo 2024, che sarebbe stato destinato allo sviluppo dell’attività gestita dall’ASD XBikes 2.0 Circuit.

Anche in questo filone vengono esaminate le posizioni di altri soggetti, tra cui Federica Marchetti.

La contestazione dell’aggravante mafiosa è legata, secondo la DDA, alla presunta finalità di agevolare gli interessi della cosca Gallace, articolazione della ‘ndrangheta originaria di Guardavalle e da tempo presente sul litorale tra Anzio e Nettuno.

Gli inquirenti ritengono che il reinvestimento dei proventi illeciti non rappresentasse un’attività isolata, ma potesse inserirsi in un sistema economico utile a consolidare e sviluppare interessi riconducibili al contesto criminale ipotizzato.

È su questo versante che si colloca il sequestro preventivo dei beni aziendali relativi alle due associazioni sportive dilettantistiche e dei conti correnti riconducibili ai rispettivi proprietari. Il valore complessivo dei beni sottoposti a sequestro è stato stimato in almeno due milioni di euro.

La misura patrimoniale è finalizzata a impedire la disponibilità dei beni oggetto del provvedimento, mentre la loro eventuale definitiva acquisizione allo Stato dipenderà dagli sviluppi giudiziari e dalle decisioni dell’autorità competente.

Le minacce a una donna e la contestazione di stalking

Nel quadro investigativo relativo a Paolo Brando compare anche una vicenda personale, distinta dai filoni riguardanti le attività economiche e il traffico di droga.

L’uomo è infatti indagato per presunti atti persecutori nei confronti di una donna con la quale avrebbe avuto una relazione.

Secondo quanto riportato negli atti, la donna sarebbe stata destinataria di minacce di morte e intimidazioni, anche in relazione a un debito di circa 12.000 euro che Brando avrebbe preteso di riscuotere.

Tra le frasi attribuite all’indagato figurano minacce di spararle a una gamba e di raggiungerla per costringerla a consegnare denaro e telefono cellulare. In un’altra circostanza, avrebbe prospettato di recarsi ad Aprilia per sottoporla a ulteriori intimidazioni.

La donna sarebbe stata inoltre colpita con una gomitata al volto, riportando lesioni evidenti, secondo la ricostruzione contenuta negli atti investigativi.

A dicembre 2024, Brando avrebbe ulteriormente minacciato la stessa persona, richiamando presunti legami di parentela con la famiglia di ‘ndrangheta dei Tripodo.

L’indagine comprende anche una contestazione relativa alla detenzione di una pistola che sarebbe stata utilizzata per minacciare e ferire la donna.

Si tratta di accuse particolarmente gravi, che riguardano la sfera della violenza personale e che dovranno essere accertate in sede processuale. La loro presenza nel quadro investigativo contribuisce tuttavia a delineare la pluralità delle condotte attribuite a Brando dagli inquirenti.

Diciassette indagati e il filone sulle intestazioni fittizie

L’operazione non si è limitata alle tre misure cautelari personali. Le perquisizioni eseguite in diverse regioni hanno interessato ulteriori 17 persone, coinvolte nei diversi filoni dell’inchiesta.

Tra i nomi indicati nella documentazione figurano Francesca Bonini, Raffaele Brandello, Luisa Brando, Rosa Brando, Greta Di Paolo, Paolo Di Paolo, Sara Di Paolo, Francesco Forgione, Salvatore La Porta, Mariarca Miranda, Alessio Piras, Joao Resi Cordeiro Belo Silva, Marcio Rodrigo Silva, Marcello Salvadei, Luca Tombino e Bruno Cutillo, oltre ad altri soggetti coinvolti nei diversi accertamenti.

Un capitolo specifico riguarda l’ipotesi di intestazione fittizia di beni, contestata a Francesco Forgione e ad altri indagati, tra cui alcuni componenti della famiglia Di Paolo, Bonini e Salvadei.

Secondo l’accusa, sarebbero state realizzate operazioni societarie finalizzate a eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniale, attraverso il trasferimento o l’intestazione formale di partecipazioni e attività imprenditoriali a soggetti diversi dagli effettivi interessati.

Il filone riguarda, in particolare, la titolarità della Eur Tecna Srl e della società Francesca e Paolo S.n.c., formalmente intestata a Mariarca Miranda e Bruno Cutillo.

Gli investigatori richiamano la posizione di Forgione, destinatario nel giugno 2024 di un provvedimento di confisca emesso dal Tribunale di Reggio Calabria, sezione Misure di prevenzione. L’ipotesi è che le operazioni societarie contestate siano state funzionali a sottrarre beni e attività alle conseguenze delle misure patrimoniali.

Per Bruno Cutillo, già comparso in precedenti vicende giudiziarie, viene inoltre ipotizzato un ruolo di intestatario formale, con un compenso che sarebbe stato pari a circa 1.000 euro mensili. Anche in questo caso, la ricostruzione dovrà essere sottoposta al vaglio dell’autorità giudiziaria.

Le singole posizioni, così come le responsabilità attribuite agli altri indagati, restano distinte e dovranno essere valutate sulla base degli elementi raccolti e delle eventuali ulteriori risultanze processuali.

Un’indagine che segue il percorso del denaro

L’operazione antimafia rappresenta un intervento investigativo che, partendo dalla denuncia di una presunta estorsione, ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione, arrivando a ricostruire, secondo gli inquirenti, collegamenti tra intimidazioni, spaccio di stupefacenti, investimenti imprenditoriali e gestione di beni.

Il punto centrale dell’inchiesta è il presunto passaggio dai profitti illeciti alla disponibilità di attività economiche formalmente legali. Le piste di kart, le associazioni sportive e i rapporti societari sarebbero stati utilizzati, secondo la DDA, per reinvestire denaro di provenienza illecita e consolidare interessi economici sul territorio.

Parallelamente, le contestazioni estorsive delineano un presunto sistema di pressione nei confronti di imprenditori e privati, nel quale il richiamo a legami con la criminalità organizzata avrebbe costituito uno strumento di intimidazione.

Il sequestro di beni per almeno due milioni di euro si inserisce in questa strategia investigativa, che punta a ricostruire non soltanto le condotte penalmente rilevanti, ma anche i flussi finanziari e le strutture societarie attraverso cui sarebbero stati gestiti e reinvestiti i proventi.

Le tre misure cautelari e le perquisizioni rappresentano un passaggio significativo dell’inchiesta, ma non costituiscono una sentenza di condanna. La responsabilità degli indagati dovrà essere accertata nel corso del procedimento giudiziario, nel rispetto della presunzione di innocenza e delle garanzie previste dalla legge.