SPERLONGA, Processo Tiberio – È slittata, dopo l’inattesa udienza fiume di martedì 20 gennaio, al 17 febbraio prossimo la sentenza del processo denominato “Tiberio 2” che, derivante dall’omonima inchiesta, ruota attorno all’esito di alcuni appalti pubblici promossi dal comune di Sperlonga oltre altri appalti indetti dai comuni di Priverno e Prossedi che sarebbero stati pilotati nel corso del tempo. Le dure arringhe difensive degli avvocati Vincenzo Macari, Gaetano Marino e Gianni Lauretti si sono protratte più del previsto e hanno sottolineato l’”assoluta estraneità dei fatti” contestati dal sostituto procuratore Valerio De Luca – presente nel dibattimento presieduto dalla dottoressa Elena Nadile, a latere Clara Trapuzzano e Francesca Zani- nei confronti degli imprenditori Antonio Avellino e Nicola Volpe e dell’ex dirigente dell’area tecnica del comune di Sperlonga Isidoro Masi.
L’assoluzione chiesta per Avellino, Volpe e Masi segue l’analoga istanza formalizzata nella precedente udienza del 2 dicembre scorso dagli avvocati Angelo Palmieri e Luigi Panella per il sindaco di Sperlonga Armando Cusani (per alcuni capi perché il fatto non sussiste, per alti per non aver commesso il fatto) e dai colleghi Fusco e Gianmarco Conca per il funzionario comunale Massimo Pacini (gli subentrò nel 2010 alla guida dell’ufficio tecnico di Sperlonga Masi che – va precisato – non rischia alcunchè dal momento che il reato a lui contestato è prescritto da tempo. Se nell’udienza del 2 dicembre scorso a relazionare erano stati alcuni legali di parte civile – tra questi l’avvocato Francesco Di Ciollo, difensore di Carmine Tursi, il confinante privato dell’Hotel Tiberio da cui sono partite le denunce più ficcanti che hanno portato all’apertura della indagine Tiberio – le arringhe di martedì degli avvocati Macari, Marino e Lauretti hanno sottolineato “l’ingiustificata infondatezza” del contenuto della durissima requisitoria del Pm De Luca. Il rappresentante della pubblica accusa, presentando una memoria accusatoria di accompagnamento alla requisitoria di oltre 100 pagine, aveva sostenuto come il comune di Sperlonga, all’epoca dei fatti contestati, abbia assunto un comportamento omissivo di fronte ai presunti abusi edilizi compiuti all’interno dell’albergo, della cui proprietà, anche se in maniera minoritaria, faceva parte il sindaco Cusani. Il Pm aveva chiesto 8 anni di carcere per l’imprenditore Nicola Volpe, 6 anni per il sindaco Cusani e l’imprenditore Antonio Avellino e 7 anni per Masi.
Per l’accusa Pacini rimase “del tutto inerme” di fronte alle irregolarità urbanistiche contestate da un vicino della struttura ricettiva, Carmine Tursi, poi costituitosi parte civile insieme all’associazione anti mafia “Antonino Caponetto” e ai consiglieri di minoranza del comune di Sperlonga. Pacini un sopralluogo lo fece, nel 2012, alla vigilia della sentenza di condanna che colpì Cusani (a causa della quale dovette dimettersi da presidente della Provincia in base alla legge Severino), il suocero Aldo Erasmo Chinappi ed il dirigente comunale Antonio Faiola, proprio per la illegittimità dei titoli autorizzativi che, inerenti l’albergo, furono revocati dal dirigente Pietro D’Orazio nel 2022, il prologo per il provvedimento di confisca della stessa struttura ricettiva della via Flacca. Si tratta di uno dei casi più complessi e controversi della recente cronaca giudiziaria della provincia di Latina – oltre alla corruzione sono contestate più ipotesi di turbata libertà degli incanti, per i quali è stata però richiesto non doversi procedere per prescrizione, per l’esito degli appalti banditi dal comune di Sperlonga e di Prossedi per la realizzazione di alcune opere pubbliche – che è tutt’altro che concluso a nove anni dall’emissione di alcune misure restrittive del Gip Giuseppe Cario.