Dalla base dello spaccio sulla Nettunense agli investimenti nei circuiti di Ferrara e Acerra. L’inchiesta della Dda di Roma ricostruisce un presunto sistema criminale fondato sul traffico di cocaina, sul controllo delle attività economiche e sull’intimidazione. Nel filone ferrarese indagato anche un assessore comunale.
APRILIA – Un fiume di cocaina da immettere sul mercato, un’organizzazione strutturata per gestire lo spaccio e i proventi dell’attività illecita reinvestiti in circuiti per kart e motociclette, attraverso società sportive formalmente inserite nell’economia legale. Sullo sfondo, i rapporti con esponenti della ’ndrangheta calabrese, le pressioni sui concorrenti e il ricorso sistematico alle minacce per condizionare attività imprenditoriali e rapporti personali. È il quadro delineato dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma nell’inchiesta condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Latina, culminata il 22 ottobre nell’esecuzione di tre misure cautelari e nel sequestro di beni aziendali e conti correnti per un valore complessivo di almeno due milioni di euro.
Al centro delle indagini figura Paolo Brando, 47 anni, originario di Sinopoli, in provincia di Reggio Calabria, ma residente da molti anni ad Aprilia. Con lui sono finiti in carcere Ivan Morsicani, 53 anni, di Latina, ritenuto dagli investigatori uno dei suoi più stretti collaboratori, mentre per Moira Di Giulio, 43 anni, compagna di Brando, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma ha disposto gli arresti domiciliari. Le contestazioni comprendono, a vario titolo, estorsione, tentata estorsione, autoriciclaggio e reati in materia di stupefacenti, con l’aggravante del metodo mafioso per alcune delle condotte ipotizzate.
Le indagini, sviluppate tra novembre 2023 e luglio 2025, hanno interessato diversi territori italiani, dalla provincia di Latina all’Emilia-Romagna, fino alla Campania. L’operazione ha comportato anche perquisizioni nei confronti di altre diciassette persone, mentre ulteriori sviluppi investigativi hanno coinvolto soggetti attivi nell’ambito imprenditoriale e amministrativo. L’impianto accusatorio descrive un’organizzazione nella quale il traffico di droga avrebbe costituito la principale fonte di finanziamento di una progressiva espansione nel settore motoristico.
Il kartodromo di Aprilia trasformato nella base dello spaccio
Il punto di riferimento dell’attività criminale sarebbe stato il Moto Club Christel Village, il kartodromo situato lungo la via Nettunense, ad Aprilia. Una struttura destinata alle competizioni e alle attività sportive che, secondo gli investigatori, sarebbe stata utilizzata anche per custodire, confezionare e distribuire sostanze stupefacenti, prevalentemente cocaina.
L’organizzazione avrebbe avuto una precisa ripartizione dei compiti. Paolo Brando e Moira Di Giulio avrebbero esercitato funzioni di direzione e coordinamento, mentre Ivan Morsicani si sarebbe occupato prevalentemente della gestione materiale delle cessioni, mantenendo i contatti necessari alla distribuzione della droga. Salvatore La Porta e Alessio Piras, anch’essi coinvolti nell’inchiesta, avrebbero invece svolto mansioni operative, occupandosi della custodia degli stupefacenti, del loro occultamento e della preparazione delle dosi destinate allo spaccio.
Una parte della sostanza sarebbe stata nascosta proprio negli spazi del kartodromo, trasformando l’impianto sportivo, secondo la ricostruzione accusatoria, in uno snodo logistico dell’attività illecita. Le investigazioni avrebbero consentito di ricostruire numerose cessioni e i rapporti tra i diversi soggetti coinvolti, delineando un sistema capace di assicurare continuità allo smercio e di produrre consistenti disponibilità finanziarie.
Il circuito della Nettunense non era peraltro nuovo all’attenzione degli investigatori. Il nome di Brando era già emerso in precedenti procedimenti giudiziari legati agli stupefacenti, tra cui l’inchiesta denominata «Rewind», nella quale il kartodromo sarebbe stato utilizzato come punto di riferimento logistico. Nel 2016, inoltre, Brando era stato arrestato dopo il ritrovamento di circa duecento grammi di droga all’interno della struttura.
Secondo la Dda, la disponibilità di denaro proveniente dall’attività di spaccio avrebbe rappresentato il presupposto per una strategia di investimento più ampia. Non soltanto il finanziamento delle attività già gestite, ma anche la possibilità di acquisire nuove posizioni economiche, entrare nella gestione di altri circuiti e condizionare il mercato dei mezzi utilizzati nelle competizioni.
Il tentativo di mettere le mani sulla pista di Borgo Carso
L’inchiesta nasce da una denuncia per tentata estorsione presentata dal gestore di un kartodromo situato a Borgo Carso, nel territorio comunale di Latina. L’uomo avrebbe subito ripetute pressioni da parte di Brando e Morsicani, intenzionati, secondo l’accusa, a ottenere un ruolo diretto nella gestione dell’impianto.
Il progetto attribuito ai due indagati prevedeva una sorta di cogestione della pista e l’imposizione dell’acquisto esclusivo di kart e minimoto prodotti dalla Ohvale, società che Brando sosteneva essere riconducibile a lui o a persone a lui vicine. Attraverso la commercializzazione dei mezzi, l’imprenditore avrebbe cercato di conquistare una posizione dominante nelle attività sportive e commerciali collegate al circuito.
Le prime intimidazioni risalirebbero al novembre 2023, quando Brando e Morsicani si sarebbero presentati nell’impianto, rivolgendo minacce anche alla moglie del gestore. Alla vittima sarebbe stato fatto comprendere che la possibilità di continuare a lavorare dipendeva dall’accettazione delle condizioni imposte.
«Qua facciamo i soldi veri, altrimenti tu non lavori», è una delle espressioni attribuite agli indagati nella ricostruzione investigativa. In altre occasioni Brando avrebbe sostenuto di essere in grado di impedire al gestore di proseguire la propria attività, facendo leva anche sui rapporti che vantava con ambienti della criminalità organizzata calabrese.
L’obiettivo, secondo i magistrati, non sarebbe stato soltanto ottenere un vantaggio commerciale attraverso la vendita di mezzi da competizione, ma assumere progressivamente il controllo delle attività del kartodromo. Il tentativo non avrebbe raggiunto il risultato sperato, anche per la decisione della persona offesa di rivolgersi alle forze dell’ordine.
Nel corso del 2024 le pressioni sarebbero proseguite. La situazione del circuito si era nel frattempo complicata anche in seguito a un incidente verificatosi nell’agosto dello stesso anno, che aveva determinato il sequestro dell’impianto da parte della Polizia di Stato e la sospensione dell’attività. Una circostanza nella quale Brando avrebbe cercato nuovamente di inserirsi per rafforzare la propria posizione.
Gli spari nella notte e l’invito a ritirare la denuncia
Particolarmente inquietante è un episodio denunciato dal gestore della pista di Borgo Carso nell’agosto 2024. L’uomo, mentre si trovava nella propria abitazione a Roccagorga, avrebbe sentito esplodere due colpi d’arma da fuoco nel corso della notte.
Secondo il suo racconto, avrebbe notato un Suv con una persona a bordo che teneva un braccio fuori dal finestrino impugnando una pistola. Un uomo con accento calabrese lo avrebbe chiamato per nome e cognome, intimandogli di ritirare la denuncia relativa alle precedenti intimidazioni.
La vicenda si inserisce nel clima di pressione descritto dalla persona offesa, anche se la responsabilità dell’episodio non può essere automaticamente attribuita a Brando o agli altri indagati. Nelle dichiarazioni rese agli investigatori, il gestore avrebbe inoltre riferito di precedenti allusioni ai rapporti che Brando sosteneva di intrattenere con parenti e conoscenti calabresi residenti nel territorio pontino.
Sono proprio questi riferimenti, insieme alle modalità delle intimidazioni, ad aver assunto rilevanza nella contestazione dell’aggravante del metodo mafioso. Secondo l’ipotesi accusatoria, la forza delle minacce sarebbe derivata non soltanto dal comportamento dei singoli, ma anche dalla reputazione criminale e dai collegamenti con ambienti della ’ndrangheta.
I rapporti con le cosche Alvaro e Gallace
La figura di Paolo Brando viene collocata dagli investigatori all’interno di un sistema di relazioni che coinvolgerebbe esponenti della criminalità organizzata calabrese presenti nel Lazio. Originario di Sinopoli, paese della provincia reggina, l’uomo si sarebbe trasferito ad Aprilia nel 1993, mantenendo nel tempo rapporti con ambienti riconducibili alla cosca Alvaro.
La Dda gli attribuisce inoltre collegamenti con soggetti vicini alla cosca Gallace di Guardavalle, organizzazione criminale che ha sviluppato interessi anche lungo il litorale romano, in particolare tra Anzio e Nettuno.
Tra i nomi richiamati nell’inchiesta compare quello di Bruno Gallace, indicato dagli investigatori come figura di riferimento dell’omonimo ambiente criminale. Brando avrebbe intrattenuto rapporti con lui e con la moglie Francesca Romagnoli, soprattutto nell’ambito delle iniziative imprenditoriali legate ai circuiti per kart e motociclette.
L’interesse delle famiglie criminali calabresi per questo settore era già emerso in precedenti investigazioni, tra cui l’operazione «Tritone». In quel contesto erano stati ricostruiti investimenti e partecipazioni in associazioni sportive impegnate nel settore motoristico, tra le quali la 4.0 Racing Team Reparto Corse.
È su questo terreno che, secondo la Procura antimafia, gli interessi economici di Brando avrebbero potuto intrecciarsi con quelli di altri soggetti riconducibili alla criminalità organizzata. Una convergenza che avrebbe consentito di utilizzare attività apparentemente lecite per reinvestire denaro di provenienza illecita e ampliare la rete di rapporti imprenditoriali.
I 120mila euro investiti nel circuito di Ferrara
Se il tentativo di acquisire un ruolo nella gestione del circuito di Borgo Carso non avrebbe prodotto i risultati sperati, l’operazione avviata a Ferrara avrebbe avuto uno sviluppo ben diverso.
Nel mirino degli investigatori è finita l’ASD XBikes 2.0 Circuit, impegnata nella gestione della pista di minimoto e kart situata in via Cesare Diana, nella zona di Cassana. Secondo l’ipotesi accusatoria, nel marzo 2024 sarebbero stati movimentati circa 120mila euro per sostenere e sviluppare l’attività dell’impianto.
Una somma rilevante che, per la Dda, sarebbe stata almeno in parte riconducibile ai proventi dello spaccio di stupefacenti gestito dal gruppo di Aprilia. Nell’operazione societaria sarebbero state coinvolte Moira Di Giulio e Rosa Brando, mentre Paolo Brando avrebbe continuato a esercitare un ruolo sostanziale nella gestione degli affari pur senza comparire necessariamente in prima persona nelle strutture formali.
Il progetto avrebbe permesso al gruppo di inserirsi stabilmente nel settore delle competizioni motoristiche, ampliando la propria presenza territoriale e le relazioni commerciali.
La gestione della pista ferrarese, tuttavia, non sarebbe stata accompagnata soltanto da investimenti economici. Secondo gli investigatori, Brando avrebbe fatto ricorso anche a pressioni e intimidazioni per evitare interferenze nell’aggiudicazione del circuito.
In particolare avrebbe minacciato un concorrente interessato alla procedura di assegnazione dell’impianto, inducendolo a rinunciare alle proprie iniziative. Anche in questa circostanza, secondo l’accusa, avrebbe richiamato i propri rapporti con ambienti della ’ndrangheta per rafforzare la capacità intimidatoria delle minacce.
Un altro episodio contestato riguarda una donna coinvolta nelle attività della struttura, che sarebbe stata intimidita affinché non rivendicasse una posizione di maggiore rilievo nella gestione societaria.
L’inchiesta arriva in Comune: indagato un assessore
Il filone ferrarese ha assunto un rilievo ulteriore con il coinvolgimento nell’indagine di Francesco Carità, assessore allo Sport del Comune di Ferrara. Insieme a lui risultano indagati due dipendenti del settore Sport dell’ente e un avvocato, al quale gli investigatori attribuiscono un presunto ruolo di intermediario nei rapporti tra l’imprenditore e gli uffici comunali.
Le ipotesi di reato riguardano la corruzione e la rivelazione di segreto d’ufficio, in relazione alla procedura di affidamento del circuito XBikes. Secondo la prospettazione della Procura, gli indagati avrebbero favorito gli interessi riconducibili a Brando attraverso la comunicazione di informazioni riservate sui bandi e sulle modalità di assegnazione dell’impianto.
Gli investigatori hanno preso in esame anche alcuni interventi effettuati sulla pista prima del perfezionamento dell’affidamento. Brando avrebbe avuto accesso alla struttura e sostenuto lavori di miglioramento quando non disponeva ancora formalmente della gestione.
Tra gli elementi raccolti figurano incontri, conversazioni intercettate e riferimenti a presunte regalie consistenti in generi alimentari, bevande e somme di denaro. Una delle ipotesi investigative riguarda circa tremila euro che sarebbero stati destinati a favorire i rapporti con alcuni interlocutori coinvolti nella procedura.
Su questo versante, tuttavia, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma ha espresso significative riserve. Nell’ordinanza cautelare viene evidenziata l’insufficienza degli elementi raccolti per dimostrare, ai fini dell’adozione delle misure, il concreto coinvolgimento dell’assessore nelle condotte illecite ipotizzate.
In particolare, dalle conversazioni intercettate non emergerebbe con chiarezza quali informazioni effettivamente riservate sarebbero state comunicate, né quale vantaggio concreto ne avrebbe ricavato l’associazione sportiva. Lo stesso ruolo attribuito all’avvocato richiederebbe ulteriori approfondimenti, non essendo esclusa la possibilità che alcuni pagamenti fossero collegati a prestazioni professionali lecite.
Carità, interpellato dalla stampa ferrarese, ha manifestato incredulità e sgomento per il proprio coinvolgimento nell’inchiesta. Il sindaco di Ferrara Alan Fabbri, il cui nome compare indirettamente in alcune conversazioni, risulta estraneo al procedimento. Il giudice ha inoltre sottolineato che un riferimento di Brando a un presunto intervento di una famiglia calabrese nei confronti del primo cittadino non ha trovato riscontri investigativi.
Si tratta dunque di un capitolo ancora da chiarire, nel quale le ipotesi formulate dagli inquirenti non coincidono integralmente con le valutazioni espresse dal giudice sugli elementi finora acquisiti.
Gli interessi ad Acerra e il collegamento con i Gallace
L’espansione economica del gruppo avrebbe interessato anche la Campania, dove Brando e Di Giulio avrebbero destinato una prima somma di circa 14mila euro allo sviluppo dell’Acerra Circuit, impianto per attività motoristiche situato nel territorio della provincia di Napoli.
Secondo la Dda, anche questo investimento sarebbe stato finanziato attraverso denaro proveniente dallo spaccio. Una circostanza alla quale gli investigatori attribuiscono particolare rilevanza per i rapporti intercorsi tra Brando e Bruno Gallace.
Per l’operazione di Acerra viene infatti contestata anche l’aggravante del metodo mafioso, sulla base dell’ipotesi che il reinvestimento fosse finalizzato ad agevolare gli interessi della consorteria criminale riconducibile alla cosca Gallace.
L’Acerra Circuit costituirebbe dunque, secondo la prospettazione accusatoria, un ulteriore tassello della strategia di espansione del gruppo: utilizzare gli introiti derivanti dagli stupefacenti per acquisire o consolidare posizioni in attività economiche formalmente lecite.
Non si tratterebbe di iniziative isolate, ma di operazioni collegate da una medesima logica imprenditoriale, nella quale il settore motoristico avrebbe rappresentato un punto di incontro tra disponibilità finanziarie, rapporti commerciali e relazioni personali.
L’estorsione per far ritirare una causa di lavoro
L’inchiesta ricostruisce anche un episodio estorsivo estraneo alla gestione dei kartodromi, ma indicativo, secondo l’accusa, delle modalità attraverso le quali Brando e alcuni suoi collaboratori avrebbero esercitato pressioni sulle persone con cui entravano in conflitto.
La vicenda riguarda un uomo che aveva promosso una controversia di lavoro nei confronti della Universo Pneumatici Import Export Srls, società riconducibile alla famiglia Brando. L’obiettivo attribuito agli indagati sarebbe stato quello di costringerlo a rinunciare all’azione giudiziaria.
Secondo la ricostruzione della Dda, l’uomo sarebbe stato affrontato da Brando, da alcuni familiari e da due cittadini brasiliani coinvolti nell’indagine. Nel corso dell’episodio sarebbe stato aggredito fisicamente, spinto a terra e minacciato. Le intimidazioni avrebbero riguardato anche i suoi genitori, nel tentativo di convincerlo a interrompere il contenzioso.
Anche per questa vicenda gli inquirenti hanno valorizzato il presunto ricorso alla forza intimidatrice derivante dalla vicinanza ad ambienti della criminalità organizzata calabrese.
L’episodio contribuisce ad ampliare il quadro delle condotte contestate, mostrando come le pressioni attribuite al gruppo non avrebbero riguardato esclusivamente gli affari legati alle piste di kart, ma anche controversie economiche e rapporti di lavoro.
Le minacce alla donna: «Ti sparo con una calibro nove»
Un ulteriore capitolo dell’inchiesta riguarda il comportamento attribuito a Paolo Brando nei confronti di una donna diversa dalla compagna Moira Di Giulio, con la quale avrebbe intrattenuto una relazione sentimentale.
Secondo gli investigatori, l’uomo avrebbe manifestato nei suoi confronti atteggiamenti possessivi, ricorrendo ripetutamente a minacce e violenze. La situazione sarebbe peggiorata dopo la rottura del rapporto, quando Brando avrebbe cominciato a pretendere la restituzione di somme di denaro precedentemente prestate e di un’automobile acquistata per la donna.
Il contenzioso economico avrebbe riguardato anche un debito di circa 12mila euro. Nel tentativo di ottenere la restituzione del denaro, Brando avrebbe rivolto alla donna minacce di morte, facendo esplicito riferimento all’utilizzo di armi da fuoco.
«Portami i soldi, sennò ti sferro con una calibro nove in corpo», è una delle frasi riportate nella ricostruzione investigativa.
Ma le intimidazioni non si sarebbero limitate alle questioni economiche. Brando avrebbe preteso di controllare costantemente i contatti della donna, il contenuto del telefono cellulare e le interazioni sui social network, manifestando ripetuti sospetti di tradimento.
In una circostanza, per impossessarsi del telefono e verificarne il contenuto, l’avrebbe colpita con una gomitata alla bocca. In un’altra occasione avrebbe minacciato di spararle a una gamba, intimandole di eliminare dagli account social le richieste di amicizia provenienti da uomini.
«Non voglio vedere un uomo tra le richieste d’amicizia. Non ne voglio vedere uno più», avrebbe detto nel corso di una delle conversazioni.
Ancora più grave un’altra minaccia, nella quale avrebbe prospettato di raggiungerla a casa, puntarle una pistola alla testa e costringerla a inginocchiarsi per consegnargli il telefono e consentirgli di accedere al dispositivo.
Secondo l’accusa, in almeno una circostanza l’arma sarebbe stata effettivamente puntata contro il corpo della donna, esercitando una pressione tale da provocarle un livido. Le intimidazioni sarebbero proseguite anche quando Brando avrebbe preteso la restituzione dell’automobile, accompagnando le minacce di morte con pesanti insulti.
Gli episodi hanno dato origine a ulteriori contestazioni riguardanti atti persecutori, minacce e detenzione dell’arma. Un filone distinto rispetto alle accuse di spaccio ed estorsione, ma che, nella ricostruzione della Procura, evidenzierebbe il ricorso alla violenza anche nell’ambito delle relazioni personali.
Le società, i prestanome e il patrimonio sequestrato
L’attività investigativa si è concentrata anche sulle modalità attraverso le quali sarebbero stati amministrati i beni e le società riconducibili al gruppo. Secondo la Dda, alcune operazioni avrebbero avuto lo scopo di schermare la reale disponibilità delle attività economiche e di ostacolare la ricostruzione della provenienza delle risorse investite.
Per questo motivo, accanto alle ipotesi di autoriciclaggio, sono emerse contestazioni relative a presunte intestazioni fittizie di beni e partecipazioni societarie.
Gli accertamenti hanno coinvolto diversi familiari e collaboratori di Brando, anche in relazione ad attività operanti in settori differenti da quello motoristico, tra cui il commercio di pneumatici. Gli investigatori hanno cercato di ricostruire i rapporti tra le persone formalmente intestatarie delle attività e coloro che ne avrebbero esercitato l’effettivo controllo.
L’operazione del 22 ottobre ha portato al sequestro dei beni aziendali di due associazioni sportive dilettantistiche che gestiscono i kartodromi di Aprilia e Ferrara, oltre ai conti correnti intestati ai rispettivi proprietari. Il valore complessivo è stato stimato in almeno due milioni di euro.
Una cifra che rappresenta il valore dei beni sottoposti al provvedimento patrimoniale e che non deve essere confusa con l’ammontare dei proventi dello spaccio di cui gli investigatori ritengono di aver ricostruito il reinvestimento.
Le perquisizioni eseguite nei confronti di altri diciassette indagati hanno consentito di estendere gli accertamenti a ulteriori rapporti personali, economici e societari, nel tentativo di ricostruire la destinazione del denaro e il ruolo effettivamente svolto dai diversi soggetti coinvolti.
Dalla droga all’economia legale: il sistema ricostruito dall’Antimafia
È proprio il collegamento tra il traffico di stupefacenti e gli investimenti nelle attività sportive a rappresentare uno dei principali elementi dell’inchiesta. Secondo la Dda, Brando avrebbe cercato di utilizzare le disponibilità finanziarie derivanti dalla vendita di cocaina per sviluppare un sistema imprenditoriale nel quale acquisire progressivamente il controllo di strutture e attività commerciali.
Un meccanismo nel quale il denaro avrebbe costituito soltanto uno degli strumenti utilizzati. Accanto agli investimenti economici, gli investigatori hanno infatti ricostruito presunte pressioni estorsive, intimidazioni e riferimenti ai rapporti con esponenti della criminalità organizzata, finalizzati a condizionare le scelte di imprenditori e concorrenti.
Da Aprilia a Borgo Carso, da Ferrara ad Acerra, il settore dei kartodromi sarebbe così diventato, nella prospettazione accusatoria, il terreno sul quale far convergere interessi economici, relazioni criminali e strategie di espansione territoriale.
L’inchiesta presenta tuttavia diversi livelli di contestazione e di riscontro giudiziario. Le misure cautelari emesse nei confronti dei tre principali indagati si fondano sulla valutazione degli elementi raccolti durante le indagini, mentre altri filoni, a cominciare da quello relativo ai presunti favoritismi amministrativi a Ferrara, hanno incontrato le riserve del giudice per le indagini preliminari.
Le responsabilità individuali dovranno essere accertate nelle successive fasi del procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza.
Resta il quadro investigativo tracciato dai Carabinieri di Latina e dalla Procura antimafia di Roma: un presunto sistema nel quale il traffico di droga non avrebbe rappresentato il punto d’arrivo dell’attività criminale, ma il mezzo per finanziare una rete di interessi economici sempre più estesa. Un’organizzazione che, secondo gli inquirenti, avrebbe cercato di trasformare i guadagni illeciti in attività imprenditoriali, accompagnando gli investimenti con la capacità intimidatoria attribuita ai rapporti con ambienti della ’ndrangheta.