Consigli comunali svuotati e “consenso consolidato”, la morte della politica

Tornare a discutere, a confrontarsi viso a viso e, perché no, anche a muso duro se serve. I consigli comunali e quelli circoscrizionali delle grandi città, rappresentano da sempre il luogo più prossimo al cittadino per poter esprimere il proprio pensiero politico ed amministrativo. Nel tempo i consigli circoscrizionali sono spariti e quelli di quartiere hanno esaurito la propria spinta all’approfondimento e non sono stati più rinnovati. Ci si aspetterebbe quindi che nell’aula del consiglio comunale si riversasse una folla di attivisti o anche semplici interessati, ma non è così.

Una prima presa di coscienza di questa deriva che appare inarrestabile la fornisce Lorenzo Cervi, segretario del pd di Fondi, che ha assistito alla seduta di consiglio comunale in tema di bilancio, “l’atto più importante dell’amministrazione comunale”, in perfetta solitudine. “Nello spazio delle sedie blu dedicato al pubblico – spiega – c’eravamo solo io e un signore. E basta”. “La nostra città (Fondi) – aggiunge – è sempre stata ricca e fiorente dal punto di vista politico, sia per partecipazione sia per qualità del dibattito pubblico. I cittadini si sentivano coinvolti perché la politica coinvolgeva i cittadini”.

Non va meglio a Gaeta, dove all’ultimo consiglio comunale era presente tra il pubblico un’unica persona, un giornalista che era lì per lavoro. Anche qui non è la prima volta che accade e come esimente ci potrebbe essere la data del 29 dicembre, ma vedere i banchi così vuoti mentre si decide la programmazione per il prossimo anno ha lasciato qualche perplessità anche ai consiglieri De Angelis e Scinicariello che ne hanno discusso in una pausa dell’assise.

A Formia, alla scarsa partecipazione di pubblico si unisce l’assenza fisica di diversi consiglieri comunali, autorizzati dal regolamento a partecipare da remoto. Alcuni accendono la telecamera nel solo momento della votazione e, del resto, anche intraprendere un dibattito via internet con l’assise in aula, con difficoltà di connessione varie, non è proprio semplicissimo.

Si obietterà che le sedute dei consigli comunali vengono trasmesse anche tramite streaming. Anche in questo caso però il pubblico è comunque molto scarso rispetto al numero dei residenti. Ma soprattutto resta sacrificato il momento del confronto e della proposta. Può la democrazia “della tastiera” sostituirsi a quella delle piazze?

“Vivere significa partecipare e non essere indifferenti a quello che succede” scriveva Antonio Gramsci oltre cento anni fa (1917), pensiero poi ripreso e sintetizzato mirabilmente nel verso “Libertà è partecipazione” dal noto cantautore Giorgio Gaber. La stessa Repubblica italiana che quest’anno compie 80 anni ed a cui ha reso omaggio il presidente Sergio Mattarella nel suo discorso di fine anno, può fungere da “spartiacque” e da baluardo democratico perché vissuta e resa viva da una serie di battaglie e conquiste sociali, dalle quali non si deve tornare indietro. E proprio in questo senso il consiglio comunale ha rappresentato per decenni l’anello più basso della democrazia, ma anche la corona su cui si innesta, come nei velocipedi, la catena di trasmissione della volontà popolare locale. Lo stesso spartiacque invocato da Mattarella per la nascita della Repubblica ed il mantenimento delle sue conquiste sociali, deve perciò, necessariamente, permeare l’applicazione concreta delle regole di funzionamento sancite dall’articolo 114 della Costituzione, dal Testo unico sugli enti locali e dalle altre norme in materia.

È questa la vera sfida politica a cui sono chiamate le amministrazioni comunali ed i partiti nel 2026. Porre cioè un argine a quel dogma del partito liquido che ha preso forma a cavallo tra gli anni ottanta e novanta nella politica nazionale. È ancora possibile favorendo l’apertura, o meglio la riapertura, come si diceva nell’incipit, dei luoghi e delle occasioni di dibattito fisico. Ma occorre far presto, la liquefazione della politica locale è in stadio avanzato.