ARCE, Delitto Serena Mollicone, processo di Appello – “Sono innocente e siamo innocenti. Non ho mai fatto del male a Serena Mollicone”. Lo ha detto, alzando anche la voce, Marco Mottola, imputato in concorso con il padre Franco Mottola, ex comandante della caserma di Arce, e la madre Annamaria, nel processo d’appello bis per l’omicidio di Serena Mollicone, uccisa nel 2001. L’ha fatto rilasciando dichiarazioni spontanee in aula nella nuova udienza del dibattimento svoltasi lunedì 19 gennaio davanti la terza sezione della Corte d’Assise d’Appello di Roma. “L’ipotesi che io abbia spinto Serena contro la porta è falsa e ci sta rovinando la vita – ha precisato Marco Mottola, spiegando di non aver saputo nulla “della porta della caserma rotta fino al 28 marzo 2008: mio padre mi disse che l’aveva rotta lui”. Sulla mattina del 1 giugno, giorno della scomparsa della 18enne di Arce, Marco Mottola ha aggiunto: “Serena non è venuta in caserma”. Con Serena non ho mai “avuto relazioni sentimentali o sessuali e non ho “mai litigato con lei”, ha dichiarato. “Il 1 giugno sono sceso tardi, mi ero sentito con Davide Bove e quella mattina non è venuto a trovarmi nessuno in caserma. Nella caserma nuova da me (Serena) non è mai venuta e mai l’ho vista. Non vedo perché Serena doveva venire da me, oltre tutto era fidanzata da tempo con Michele Fioretti. Il figlio dell’allora comandante della Stazione dei Carabinieri di Arce ha anche aggiunto di “non essere andato al bar ‘Chioppetelle’ (dove alcuni testimoni lo avrebbe visto litigare con una piangente Serena Mollicone) precisando di aver acquistato una confezione di Marlboro light, anche perché all’epoca fumavo le Marlboro rosse, di non essere il biondino mechato descritto da Carmine Belli – del resto l’ha dichiarato anche Belli che non ero io” – e di non aver “mai spacciato” nessun tipo di droga.
Ai giudici d’appello Marco Mottola ha contestato un altro asse portante dell’inchiesta della Procura di Cassino: “Non dimentichiamo che Serena doveva andare a scuola a Sora dopo aver effettuato un’ortopanoramica ai denti così è emerso dalle indagini. Quindi, cosa si sono inventati? L’ultima volta che ho parlato con Serena è stata grosso modo verso la fine di maggio del 2001, eravamo in paese, eravamo un po’ di gruppi. Così ho ricostruito in questi ultimi tempi. E non abbiamo litigato. Chiarisco, per evitare i soliti commenti di chi ci butta fango e pietre addosso che i ricordi che vi dico oggi li ho ricostruiti con molta calma, tornando indietro con la mente, respirando lentamente, concentrandomi al massimo, anche grazie al fatto che ero relativamente tranquillo perché siamo stati assolti. Del resto si tratta della mia vita e del mio destino e di quelle della mia famiglia, figli compresi”.
Marco Mottola è stato un fiume contro Santino Tuzi, il brigadiere di Sora che nell’aprile 2008 si suicidò con la sua pistola d’ordinanza dopo aver rivelato, a sette anni di distanza, di aver visto la mattina del 1 giugno 2001 Serena entrare nella caserma in cui abitava con il padre comandante Franco e la madre Annamaria. “Tuzi mente quando dice di avere sentito la mia voce che gli chiedeva di fare entrare una ragazza, mai ho citofonato a Tuzi per dirgli questo. Inoltre, ammesso e non concesso – come potevo sapere che Serena stava venendo in caserma da me visto che non ci sono tracce telefoniche per quel giorno? Tuzi in pochi secondi ha inventato la menzogna contro di me perché è stato preso di sprovvista col bluff del capitano Caprio, aveva sicuramente qualcosa da nascondere altrimenti non avrebbe mentito, e si è adeguato a dire quello che gli Inquirenti volevano sentire e nel frattempo si è tolto dai sospetti. Poi si è pentito ed ha ritrattato, dichiarando di avere detto una menzogna. Poi ha ritrattato la ritrattazione e per una serie di motivi, fra cui il pentimento e si è ucciso.”.
Al centro della deposizione di Marco Mottola c’è stata La presunta arma del delitto, la porta del bagno dell’appartamento sfitto della caserma contro la quale Serena Mollicone sarebbe stata scaraventata da Franco e Marco Mottola. “Di quella porta non ne sapevo nulla sino al 28 marzo 2008. Mio padre – ha aggiunto Mottola jr – disse che l’aveva rotta lui con uno o due pugni dopo che si era litigato con me per il fatto che gli avevo comunicato di non volere più andare a scuola. Poi mi disse che per non litigarsi con mia madre l’aveva scambiato la porta con quella di sotto. L’ipotesi che io abbia spinto o lanciato Serena contro la porta è sbagliata ed è ridicola sotto tutti gli aspetti, e questa ipotesi ci sta rovinando la vita dal 2015. Prima, dal 2008, ce l’ha rovinata la menzogna di Santino Tuzi quando ha dichiarato di avere ricevuto una telefonata da voce maschile per fare entrare Serena. Del resto se Serena doveva venire bastava che mi e io aprivo, così si entrava dal cancello mio. E poi, come faceva Serena a sapere da dove doveva entrare visto che non lo ha chiesto a Tuzi, e se non ha chiesto nulla a Tuzi, come faceva a sapere che poteva entrare con Tuzi che le apriva il cancello? Sul cancello vi era il campanello per citofonare. Qui ci troviamo di fronte al cane che si mangia la coda!” “Il 1 giugno non ho visto Serena in caserma” e nemmeno “Tuzi mi ha mai detto di aver visto Serena in caserma”. Così si è espressa invece un’altra teste della Procura generale davanti alla terza Corte d’Assise d’Appello di Roma, Annarita Torriero. Si tratta della donna che ebbe una relazione con Santino Tuzi, il brigadiere morto suicida nel 2008 dopo aver rivelato di aver visto Serena entrare in caserma.
“Qualche volta, una o due a settimana, andavo a trovare Tuzi in caserma, mi chiamava lui se gli serviva una ricarica telefonica, un panino o una bottiglia d’acqua – ha raccontato – Passando con la macchina quando andavo da Tuzi a volte incrociavo Serena sulla strada vicino al cancello della caserma con altri ragazzi”, altre volte la vedevo “salire o scendere sulla strada”. “Non l’ho mai vista nell’edificio ma sempre sulla strada o nel cortile”, ha aggiunto la donna, precisando che “a volte era sola a volte con il gruppo di amici”. Alla teste è stato chiesto di indicare sullo schermo in aula, dove sono state proiettate le immagini della caserma, i punti precisi dove avrebbe visto Serena e i ragazzi. Rispondendo alle domande su Tuzi ha poi aggiunto: “Con Suprano erano abbastanza amici” e “l’altra persona con cui si confidava e’ Malnati”. Tra i ricordi di Tuzi, Torriero ha raccontato che “quando passavamo a Fonte Cupa (luogo dove fu ritrovato il corpo di Serena) Tuzi cambiava d’umore, sudava e si arrossava in faccia, era come se tremasse”. In udienza è’ stato sentito anche Massimiliano Gemma, ex marito della donna: una deposizione, anche ques’ultima, costellata da molti ‘non so’ e ‘non ricordo’. Si torna in aula il 18 febbraio e 11 marzo con l’audizione di altri testi citati dalla pubblica accusa”.