Operazione Porta romana, confermati i domiciliari per Marano

Il clan Licciardi, appartenente all’Alleanza di Secondigliano, aveva utilizzato un consigliere di maggioranza che, in cambio di voti, si era prodigato per contribuire a favorire all’interno del comune di Terracina interessi economici ed imprenditoriali riconducibili alla stessa organizzazione criminale. E’ in sintesi il pronunciamento shock della Corte di Cassazione che, confermando il contenuto dell’ordinanza dello scorso gennaio del Riesame, ha ribadito la misura cautelare in carcere per il 66enne Eduardo Marano (conosciuto con il nomignolo di“Dino”, marito di Patrizia Licciardi, sorella del fondatore dell’omonimo clan) emessa dal Gip su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma nell’ambito dell’operazione dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Latina e della locale Compagnia denominata “Porta Romana”. Secondo i giudici della Suprema Corte Marano a Terracina sovraintendeva, grazie alla sua “capacità intimidatoria”, alla gestione di alcune attività imprenditoriali ed economiche riconducibili al clan Licciardi e, nella fattispecie, a Ernesto Cicci o Scevola Domenico Per farlo aveva bisogno di un punto di riferimento all’interno dell’amministrazione comunale e l’aveva trovato in Gavino De Gregorio, risultato tra i più votati alle amministrative del maggio 2023 nella coalizione che sostiene l’attuale sindaco Francesco Giannetti. De Gregorio si era dimesso immediatamente dopo essere finito ai domiciliari, dove tuttora si trova, e – secondo la Corte di Cassazione – era diventato col tempo un punto di riferimento sia per Marano che per altri operatori economici a lui vicini. Per la Cassazione questo ruolo di De Gregorio, difeso dall’avvocato Maurizio Forte, è stato riscontrato attraverso una serie di suoi “scritti e annotazioni personali” riguardanti l’entità del contributo elettorale ottenuto da Marano. Il suo legale, l’avvocato Pasquale Cardillo Cupo, nel ricorso in Cassazione contro l’ordinanza del Riesame ha evidenziato come i precedenti penali del suo assistito fossero datati nel tempo e la sua influenza nell’amministrazione avesse soltanto un mero carattere indiziario. La Cassazione ha fornito un altro punto di vista: “La prova dell’esistenza di un accordo politico-mafioso per il procacciamento di consensi elettorali è desumibile anche in via indiziaria, mediante la valorizzazione di indici fattuali sintomatici della natura dell’accordo ricollegati anche all’utilità del loro apporto per il reclutamento elettorale nella zona d’influenza”. Insomma l’ipotesi accusatoria della Dda di piazzale Clodio ha retto anche in Cassazione che dunque ha certificato la legittimità e la bontà dell’operazione “Porta Napoletana” a causa della quale le misure cautelari, oltre a Marano e all’ex consigliere comunale De Gregorio, avevano riguardato anche Michele Minale, il commercialista Roberto Carocci e Andrea Belviso, quest’ultimi considerati faccendieri e prestanome di Minale. Si tratta di un gruppo di indagati (ce ne sono altri a piede libero) accusato di ben 22 capi d’imputazione in cui si ipotizzano reati come la turbativa d’asta con metodo mafioso (in relazione all’acquisto dell’immobile del fallimento di Oscarpesca di Terracina, rilevato con un investimento di 155mila euro, per poi essere rivenduto a 255mila euro) estorsione (un imprenditore impegnato nel settore ittico di Terracina fu costretto con metodi violenti a restituire un debito di 10mila, in caso contrario avrebbe subito gravi ritorsioni), di trasferimento fraudolento di valori, di usura (sarebbe stato applicato su un prestito di 20mila euro l’interesse del 400%)e soprattutto nei confronti di Marano e di Gregorio di voto di scambio politico-mafioso