Protesi terminate, intervento all’Ospedale Dono Svizzero di Formia rimandato

FORMIA – L’intervento chirurgico programmato? E’ stato rinviato a venerdì prossimo. Il motivo? Sono finite le protesi… Sta raccogliendo una pioggia di velenose considerazioni, miste a sdegno e incredulità, la “piccola odissea domestica” raccontata sui social da Emanuela Leboffe. Suo padre, Gianfelice, è stato un apprezzato e generoso medico oltre che impegnato in politica ricoprendo nel corso degli anni ottanta l’incarico di assessore al comune di Gaeta in rappresentanza dell’allora Partito Social Democratico. La signora Emanuela per esorcizzare la sua rabbia ha deciso di ricorrere all’autoironia chiedendo ai suoi interlocutori di non maturare “la folle idea di invecchiare o, peggio ancora, di rompersi qualcosa durante il weekend”.

La vicenda si è verificata sabato scorso, di notte. Gianfelice Leboffe, 85 anni, “decide che il pavimento del salotto è il posto ideale per frantumarsi un femore. Panico? Ancora no. Chiamo fiduciosa il 118. Poco dopo si palesa l’ambulanza con ben due operatori. Diagnosi lampo: “Sì, è il femore”. Benissimo, e ora come lo si porta via? I due si guardano smarriti. Mancavano solo le braccia conserte e una grattata di testa. Chiedono aiuto a noi. Ma scherziamo? Mio marito ed io dovremmo improvvisarci barellieri d’assalto senza un minimo di addestramento? Rifiuto netto e pretesa furibonda di un secondo mezzo. Risultato: due ambulanze per un solo paziente, una commedia dell’assurdo pagata dai contribuenti per spostare un anziano di ottantacinque anni”.

L’ex assessore Leboffe raggiunge, a fatica, alle due di notte il pronto soccorso del “Dono Svizzero” di Formia, un “un ospedale che di “Dono” non ha proprio nulla, semmai è una tassa sulla sopravvivenza”. Ancora il racconto social della figlia dell’ex assessore del Psdi: “Da quel momento mio padre scompare in un buco nero dantesco. Informazioni? Zero. Notizie? Trasparenti. Lo ritroveremo soltanto alle 8:45 della mattina successiva, vegetante in un letto di reparto. Ci dicono: “Tranquilli, c’è il protocollo! Lunedì mattina si opera”.

Il punto di svolta, o meglio di non ritorno, nel racconto della signora Leboffe – che naturalmente attende un riscontro dalla direzione sanitaria del Dono Svizzero -si è consumato lunedì 7 settembre: ”Lo vestono di tutto punto con il kit da sala operatoria, pronto per il grande evento. Viene lasciato lì, impacchettato come un pacco postale in attesa di spedizione. Passano le ore. Ore 11:00: entra un medico, la comparsa di questo tragico teatrino, e sfodera la perla della giornata: “Guardate, niente da fare. Se ne parla forse venerdì prossimo. Sono finite le protesi”. ​Un femore rotto a 85 anni congelato per una settimana “perché in un ospedale pubblico scarseggiano i pezzi di ricambio come dal carrozziere sotto casa”.

Una svolta, positiva, questa inverosimile vicenda la conosce nel pomeriggio grazie alla disponibilità e alla professionalità di una struttura privata di Formia, la clinica “Casa del Sole”. Emanuela Leboffe ammette di fare ricorso ad una coraggiosa dose di houmor quando decide di lasciare il Dono Svizzero: ”Avendo una discreta allergia alle prese in giro e una certa prontezza nel prendere decisioni drastiche prima che la cancrena faccia il suo corso, ho firmato per il trasferimento immediato alla Clinica Costa. Quindi il pomeriggio comunico all’ortopedico di turno la nostra volontà e lui appoggiandomi affettuosamente una mano sulla spalla mi chiede se è possibile spostarlo stesso il pomeriggio”.

Il dottor Leboffe ora sta meglio e la figlia Emanuela conclude il suo personale resoconto “di questa cronaca surreale” con un “sentito, caldissimo ringraziamento ai nostri cari politici locali. Voi, che usate la pelle dei nostri anziani e il massacro della sanità del Golfo come perfetto palco per la vostra squallida campagna elettorale permanente. Guardatevi allo specchio e, per una volta, provate a dirvelo da soli: Vergognatevi”. Tutto maiuscolo e con un carattere venti. Buono , ottimo, per affrontare e risolvere forme di miopia.