Omicidio Serena Mollicone, scontro tra periti sulla porta della caserma: la difesa contesta la prova del nastro adesivo

FROSINONE – Continua la guerra di perizie – come da previsione – nel processo d’appello bis che per la morte di Serena Mollicone, avvenuta il 1 giugno 2001, ha vissuto giovedì un altro capitolo nella nuova e lunga udienza che si è svolta per l’intera giornata davanti la terza sezione della Corte d’assise di Roma. La Procura generale ha rinnovato la sua principale prova d’accusa relativamente all’arma del delitto della 18enne studentessa di Arce e ha chiesto ed ottenuto l’audizione di uno dei suoi principali testi, il luogotenente dei Riis di Roma Rosario Casamassima che svolse le indagini sul nastro adesivo con cui furono avvolti il capo ed il collo di Serena subito dopo il delitto avvenuto – secondo l’accusa – all’interno dell’alloggio sfitto della Caserma dei Carabinieri di Arce.

Per il consulente della Procura generale e, ancorprima, di quella di Cassino il nastro contiene 25 frammenti lignei della porta del bagno contro la quale Serena, al termine di un violento litigio, sarebbe stata sbattuta da Marco Mottola che, insieme alla madre Annamaria e al padre Franco -all’epoca comandante della stazione dell’Arma di Arce – è uno dei tre imputati di quello che è considerato uno degli ultimi misteri d’Italia. Che la porta del bagno sia l’arma del delitto l’ingegnere Casamassima l’ha ripetuto anche quando, oltre a ribadire la presenza sul nastro adesivo di microscopici frammenti lignei derivanti dal foro provocato nella porta dalla testa di Serena, ha isolato sullo stesso nastro adesivo tracce di vernice della caldaia sotto la quale il corpo della studentessa su riposto per l’intero pomeriggio di venerdì 1 giugno prima di essere abbandonato, nella tarda serata dello stesso giorno tra i rovi ed elettrodomestici abbandonati in località Fonte Cupa. Si tratta di una tesi illustrata dei loro interventi dai legali di parte civile della famiglia Mollicone, gli avvocati Antonio Iafrate e Federica Nardoni.

Ma non poteva tardare ad arrivare la replica, durata diverse ore nel pomeriggio di giovedì, dalle contro audizioni di due dei consulenti di parte dei tre imputati. Il criminologo Carmelo Lavorino e l’ingegnere Cosmo Pio Di Mille hanno innanzitutto messo in discussione la ricostruzione scientifica dei Ris dei Carabinieri alzando lo scontro probatorio nel momento in cui hanno sostenuto ai giudici d’appello come non siano state trovate lungo lo stesso nastro adesivo che immobilizzò Serena impronte digitali e tracce di Dna appartenenti ai tre imputati e, cioè, di Franco, Marco e Annamaria Mottola. Secondo uno dei loro legali difensori, l’avvocato Fabio Quadrini l’ingegnere Casamassima si sarebbe – a suo dire -contraddetto rispetto a quanto affermato in precedenzae,dunque, la porta del bagno di quell’alloggio sfitto è non da considerarsi il mezzo lesivo della morte di Serena. Quadrini è stato ulteriormente un fiume in piena quando ha contestato le tesi della Procura Generale: “Anche oggi – ha detto il legale – Abbiamo assistito all’ennesimo tentativo di adattare i fatti alla teoria e non la teoria ai fatti”. Si tornerà in aula il 18 novembre prossimo con l’audizione di un altro importante teste citato dalla Procura generale, laprofessoressa Pilli.