Nelle ultime settimane a Fano, ridente località di 60mila abitanti in provincia di Pesaro Urbino e nota per il suo carnevale tra i più antichi d’Italia, non si fa parlare che di….Formia. Il motivo? E il rinvenimento negli scavi della centrale piazza Andrea Costa delle parti basali di colonne in tutto rispondenti a quelle della basilica romana progettata e descritta da Marco Vitruvio Pollione, l’urbanista ritenuto da sempre originario dell’attuale Formia , è considerato l’architetto più celebre dell’antichità grazie al suo monumentale trattato, “De Architectura” dedicato all’imperatore Ottaviano Augusto. Che colonna ritrovata sia stata progettata da Vitruvio Pollione lo hanno confermato nei giorni scorsi in una manifestazione il sindaco di Fano Luca Serfilippi, il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli, il locale Soprintendente e, in collegamento da remoto, il Ministro della Cultura Giuli Questa scoperta è considerata di eccezionale importanza – nell’ultimo fine settimana a Fano sono state organizzate mirate visite promozionali nel cantiere oggetto degli scavi . perchè segna finalmente, il termine di una disputa sulla veridicità dell’edificio, quanto sulla effettiva professionalità di Vitruvio. Queste colonne portanti della basilica sono state trovate sotto la superfice di piazza Costa, sono alte appena settanta centimetri e sono realizzate in muratura di masselli di pietra arenaria e malta, all’interno con getto di scaglie della stessa pietra. A confermare la circostanza di queste colonne siano state progettate da Vitruvio lo rimarca un architetto formiano di fama nazionale (già storico fondatore della locale sezione dell’Archeoclub) come Salvatore Ciccone: “La loro specificità formale e dimensionale risponde esattamente a quanto spiegato da Vitruvio, nonché alle misure da lui fornite in piedi romani (1 piede = m. 0,2957): al fusto cilindrico del diametro di 5 piedi, metri 1,47 è integrato ad un pilastro quadrangolare sporgente per 2,5 piedi e spesso 1,5 cioè metri 0,74×0,44”.
La basilica di Fano si rifà, poi, al tipo caratterizzato da un’aula centrale nelle proporzioni di lunghezza doppia alla larghezza, la cui copertura a tetto era sostenuta da colonne che si innalzavano su tutta l’altezza, separando attorno un portico delimitato dal muro perimetrale. Una simile basilica è quella di Pompei, con colonne giganti fatte in muratura di mattoni. Alla basilica di Fano Vitruvio dà alle colonne l’altezza di 50 piedi, ben 14,80 metri (quella di un attuale edificio di cinque piani!). Quella di Fano su differenzia nel portico, invece costituito di due piani sovrapposti e perciò – spiega lo studioso formiano – per sostenere il solaio ligneo del piano superiore, occorrevano i pilastri addossati alle colonne, ad irrobustire il tutto in quella altezza e con maggiore stabilità di tutta la costruzione. Il secondo piano del portico evidentemente doveva soddisfare l’esigenza di maggiori spazi disponibili alle attività espletate nella basilica, non solo relazionali, ma anche contrattuali e di giustizia: infatti vi operava una sorta di tribunale, nel mezzo del lato maggiore opposto a quello d’ingresso, situato in un emiciclo consacrato alla divinità di Augusto.
“Dalle immagini degli scavi, le colonne appaiono all’interno di un reticolo di strutture di abitazioni medievali che utilizzarono i materiali della basilica azzerandone quasi la presenza – aggiunge Ciccone – Sono state anche pubblicate delle mappe, con la posizione dei reperti nella pianta della basilica, ma nelle quali ne resta incerto il vero disegno”. Infatti per Ciccone se sono stati identificati “indiscutibilmente” i singoli elementi strutturali, resta aperto il quesito sulla vera proporzione della basilica di Fano. Infatti, le misure dell’aula centrale di 60×120 piedi (17,75×35,50 metri circa) dovrebbero essere non intercorrenti tra i limiti delle colonne interni all’aula, bensì, come più credibile, rispetto al loro asse mediano. La cosa cambia molto, perché in questo caso la basilica, rispettando il rapporto 1:2 nell’aula centrale, al perimetro interno delineerebbe un rettangolo rispondente alla Sezione Aurea definita da Euclide.
“Questa possibilità, emerge dagli studi che ho compiuto sui cosiddetti Ninfei di un’estesa residenza romana compresa nella villa Caposele (Rubino) lungo la costa di ponente di Formia – aggiunge l’Architetto Ciccone – Essi consistono in due distinte sale caratterizzate da una copertura con volte sostenute da colonne, una su pianta quadrata, l’altra più grande su pianta rettangolare; vengono definiti ninfei per avere sul fondo una profonda nicchia in cui sgorga acqua sorgiva. Nella trattazione di Vitruvio (sesto libro del “De Architectura) queste sale si identificano con due diversi tipi di triclinio detti “oeci”, rispettivamente tetrastilo quello quadrato con quattro colonne e corinzio quello rettangolare a più colonne. Di questi oeci, le proporzioni sono tra loro relazionate, cosicché l’uno è il doppio della lunghezza dell’altro. Il più grande, corinzio, si rivela su matrice rettangolare con i lati in rapporto 5:4 e i cui numeri riconducono alle proporzioni date da Vitruvio al corpo umano in cubiti (1,5 piedi) nel celebre confronto con il cerchio e il quadrato: notissima ne è l’interpretazione di Leonardo da Vinci presente sulla moneta da un euro.
Secondo l’architetto Ciccone l’architetto Vitruvio, al di là del suo incarico relativo alle macchine belliche al seguito di Cesare in Gallia, doveva aver compiuto altre opere, soprattutto per conto di privati: questo giustificherebbe la capacità professionale dimostrata nel progetto ed esecuzione della basilica a Fano.
Perché queste sale hanno un rapporto stretto con l’architetto nato – secondo gli umanisti – a Formia? Lo spiega ancora l’architetto Ciccone: “La data delle costruzioni ora oggetto di scavi a Fano è la stessa, la metà del primo secolo a.C., della vita professionale di Vitruvio culminata con la redazione de “De Architectura ed anzia di questo ne spiegano perfino alcuni passi”. Formia è identificata come probabile luogo di nascita dell’architetto grazie ad un’iscrizione citante un Marco Vitruvio, al quale per testamento un suo liberto eresse il sepolcro lungo la via Appia; accanto, un’altra tomba recava l’iscrizione di con i nomi di liberti della “gens Vitruvia”. Nel 1997, sono emersi fortuitamente i resti identificati di quel sepolcro, lungo la via Appia all’ingresso occidentale di Formia. Il monumento, riconducibile alla prima età augustea, ha restituito diverse circostanti sepolture con relativi corredi (ora in deposito della Soprintendenza) e si è risaliti al suo aspetto in forma di altare su alto basamento. Ulteriori iscrizioni rinvenute a Formia e citanti Vitruvi – in numero inferiore solo a Roma, confermerebbero la presenza a Formia di un nucleo della “gens Vitruvia”. La comunità di Fano nelle ultime settimane ha potenziato una campagna secondo la quale Vitruvio Pollione sarebbe originario della cittadina marchigiana. Salvatore Ciccone boccia categoricamente questa ipotesi: “Non se ne comprende il nesso, in quanto egli può aver avuto l’incarico per quell’edificio pur non essendo del luogo: artisti e architetti dell’Antichità, come oggi, prestavano il loro operato spostandosi frequentemente.
Ci si dovrebbe piuttosto chiedere come mai Vitruvio, dicendosi autore della basilica nella “Coloniae Iuliae Fanestri”, non l’abbia specificata come sua città”
Fano, dunque, ha ora materialmente la basilica di Vitruvio, ma non può rivendicarne la natalità: “Formia possiede epigrafi, un sepolcro e architetture che perfino chiariscono il suo trattato. E, nonostante ciò non si è certi che nell’attuale Formia sia nato il più grande architetto dell’antichità. Lo spiega lo stesso architetto Ciccone: “Di Vitruvio non è nemmeno sicuro il “cognomen” Pollione, comunque diffuso, per non parlare della ostinata quanto impossibile identificazione con il ricchissimo e coevo formiano Mamurra, anche questo un “cognomen” attribuito a personaggi diversi”. Ciccone, in conclusione, lancia un intelligente invito: “Sarebbe più saggio che le due città, Formia e Fano, collaborassero, avendo finora le uniche testimonianze identificabili a Vitruvio. Possono avviare un serio approccio scientifico multidisciplinare all’interpretazione dell’opera vitruviana piuttosto che una sterile rivendicazione di appartenenza. Ciò potrà realizzarsi solo tra figure di seria competenza, tra le quali architetti che della materia sono padroni, nella redazione e gestione del progetto”
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