Processo Satnam, condannato a 16 anni Antonello Lovato

Sedici di anni di reclusione per Antonello Lovato con l’ipotesi di reato formulata dalla Procura di Latina: omicidio volontario con dolo eventuale. Quando mancavano alcuni minuti alle 19.30 di mercoledì dopo cinque ore di camera di consiglio la corte d’Assise del Tribunale di Latina – presidente Mario La Rosa, a latere Francesca Ribotta – ha emesso la condanna che ha concluso il primo step processuale per la terribile tragedia di Satnam Singh, il bracciante di nazionalità indiana che, ferito il 17 giugno 2024 nell’azienda agricola della famiglia Lovato nelle campagne di Borgo Santa Maria, ai confini dei comuni di Latina e Cisterna, morì dissanguato perché non adeguatamente soccorso dopo l’amputazione di un braccio da parte di una lama di un telo avvolgiplastica. La Corte d’Assise del Tribunale di piazza Buozzi era gremita di cronisti e telecineoperatori così come in aula, oltre all’imputato, c’erano i sindaci Matilde Celentano e Valentino Mantini oltre che una nutrita delegazione della Flai Cgil protagonista in mattinata di un sit in nei pressi del Tribunale in attesa della sentenza.

LA CRONACA DELL’ULTIMA UDIENZA

Regolarmente al suo posto – come nell’intero dibattimento – la vedova di Satnam, Soni Soni, affiancata dal padre, dalla madre e dal fratello, arrivati dall’India per assistere alla sentenza, e sostenuta con un commovente spirito paterno dal legale, l’avvocato Gianni Lauretti, che l’ha rappresentata nel processo come la principale parte civile
L’udienza era iniziata come da previsione: la strenua e disperata difesa di Lovato, rappresentata dagli avvocati Mario Antinucci e Stefano Perotti e la conferma della requisitoria della Procura. I legali dell’imprenditore in carcere da due anni avevano chiesto la riqualificazione del reato ipotizzato dalla Procura, da omicidio volontario con il dolo eventuale a omicidio colposo. Motivando la richiesta in questi termini: “Lovato è responsabile perché una persona è morta nella sua azienda e merita le sanzioni per aver violato le norme di sicurezza. Ma è responsabile di omicidio colposo per incidente sul lavoro”.
L’imputato, da parte sua, ha ripercorso in aula la sua personale via Crucis, dagli istanti in cui i Carabinieri nell’estate di due anni fa lo arrestarono con la gravissima accusa di omicidio volontario. Ha confessato di stare male, di essersi ammalato di depressione prima ancora che finisse in carcere: “Non volevo uccidere nessuno. Mi è stato detto che tutti hanno chiesto la mia carcerazione, perfino il papa. Mi sono sentito per giorni sotto interrogatorio continuo”. Lovato ha raccontato ancora che la depressione gli toglieva la forza di vivere e che il primo spiraglio di luce lo ha vissuto solo quando ha ottenuto dalla gip il permesso di andare a trovare suo figlio. La Procura però chiese una seconda ordinanza restrittiva, insieme al padre, con l’accusa di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro dei braccianti stranieri in stato di bisogno nella loro azienda agricola.
Il carcere, per quanto possa apparire paradossale, ha rappresentato una svolta, quasi una “salvezza”, nella vita di Lovato. Il lavoro come magazziniere e lo stipendio mensile di 180 euro da destinare a Soni Soni hanno rappresentato una sorta di riabilitazione concessa solo ai detenuti modelli: “Ho trovato persone che hanno capito chi sono: una persona che nella vita ha sempre e solo lavorato. Ho ammesso tutte le mie responsabilità, ma non posso subire una condanna – ha concluso l’ex imprenditore- come se avessi consapevolmente voluto togliere la vita a un uomo”.
La Procura è andata dritta. Rappresentata dal Procuratore Aggiunto Luigia Spinelli e dal pm Marina Marra, ha rinnovato la richiesta a 22 anni di carcere. Soprattutto la dottoressa ha replicato alle arringhe difensive contestando a Lovato la grave omissione di soccorso: “Una telefonata avrebbe potuto salvare la vita di un uomo”.

L’INIZIATIVA DELLA FLAI CGIL

‘Nessuno deve essere sfruttato. Giustizia per Satnam Singh’ è stato questo il titolo del presidio organizzato nel pomeriggio in piazza Buozzi da Cgil Roma e Lazio, Flai Cgil Roma e Lazio, Cgil Frosinone e Latina e Flai Cgil Frosinone e Latina. Vi ha preso parte, tra gli altri, il segretario generale della pià importante organizzazione sindacale italiana: “Abbiamo seguito questa vicenda dall’inizio, mobilitandoci e sostenendo questa lotta – ha esordito Maurizio Landini – Non è un caso isolato, ci stiamo battendo per mettere in discussione un sistema di caporalato e di fare impresa che va cambiato. E’ la ragione per cui ci siamo costituiti parte civile”. Ancora Landini: “Oggi è la conferma della necessità di una lotta che deve continuare e parlare a tutto il paese: le leggi ci sono, è il momento di applicarle e di rilanciare con forza un impegno non solo sindacale ma delle forze politiche, del governo e delle istituizioni”. “Quando si è sotto ricatto non è facile”, continua Landini parlando di lavoratori trattati come oggetti “che possono essere comprati e venduti” e “senza diritti né tutele” e per questo “non dobbiamo aspettare solo la loro ribellione, dobbiamo ribellarci noi che i diritti li abbiamo. Dare voce a loro. Il sindacato è questo, il sindacato esiste se è solidarietà”. Per la segretaria della Flai Cgil di Latina e Frosinone Laura Hardep “la nostra organizzazione – ha concluso – costituitasi parte civile nel processo, è stata in piazza per ribadire che la morte di Satnam non è stata una fatalità e per continuare la mobilitazione contro un modello d’impresa fondato su caporalato, lavoro irregolare, ricatto e sfruttamento, che mette a rischio la vita delle persone”.