FORMIA – Leggero, elegante, quasi sospeso sulla pista. E poi genuina espressione con le sue vittorie di un’Italia pulita, capace di dare un calcio alle rovine, umane e materiali, del secondo conflitto bellico e testimonianza di come la cultura possa favorire il raggiungimento di importanti risultati anche nello sport. Anche Formia piange in queste ore Livio Berruti, il campione olimpico di Roma 1960 sui 200 metri – per la prima volta un bianco europeo aveva interrotto sul mezzo giro di pista l’invidiata egemonia di atleti americani di colore – che domenica sera si è spento a 87 anni nella sua Torino. Dal Piemonte il giovane Livio era arrivato a Formia nella seconda metà degli anni cinquanta non solo per allenarsi nell’appena inaugurato centro di preparazione olimpica in vista dei Giochi olimpici di Roma 1960 ma soprattutto per compiere gli studi nella mitica sezione “A” del Liceo ginnasio “Vitruvio Pollione”.
Il compianto campione olimpico il suo profondo “grazie” all’istituzione scolastica di via Divisione Julia l’ha voluto tributare il 29 maggio 2019 nel corso di una manifestazione ma anche di una festa – festeggiava a posteriori il suo 80° compleanno – organizzatagli dall’allora dirigente scolastico del liceo formiano, il professor Pasquale Gionta. A quell’evento partecipò un apprezzatissimo dirigente sportivo che ha diretto il “Bruno Zauli” quando era semplicemente scuola nazionale di atletica leggera prima di diventare centro di preparazione olimpica del Coni, Nicola Candeloro: “Livio è stato un atleta che ha saputo coniugare un indirizzo di studi impegnativo, come quello della formazione classica, con la passione e la preparazione rigorosa nella propria disciplina sportiva.
Era un principio a cui credeva molto Bruno Zauli, il segretario generale del Coni che, dopo aver contribuito a far nascere nel 1955 l’attuale centro di preparazione olimpica, aveva avuto dal governo e dall’allora presidente del Coni Giulio Onesti l’oneroso compito di organizzare le Olimpiadi di Roma del 1960. Berruti aveva scelto Formia per allenarsi e studiare – ricorda un commosso Nicola Candeloro – insieme ad Ennio Boschini. Arrivava anche quest’ultimo atleta da molto lontano, da Monfalcone, e a Formia, studiando e allenandosi, è diventato uno dei nostri martellisti più forti di sempre. Il liceo classico organizzò nel 2019 quella festa dimostrando come l’esperienza agonistica e di vita di Berruti possa servire da testimonianza esemplare per i giovani di oggi e di domani”. A quella rimpatriata il velocista torinese fu accolto dai compagni di quella classe IIIA che si diplomarono al termine dell’anno scolastico 1957-58, 68 anni fa.

In effetti Berruti ebbe l’onore di spegnere ben …tre torte di compleanno. La prima era stata dell’intera atletica italiana nella sua Torino, la seconda festa gli fu organizzata dall’allora Capo della Polizia, Prefetto Franco Gabrielli (insieme al gruppo sportivo delle Fiamme Oro, fondato nel 1954 e di cui Berruti faceva parte) in una cerimonia celebrativa che si svolse presso il Salone d’Onore del Coni alla presenza dell’ex presidente del comitato olimpico Giovanni Malagò. La terza torta il “poliziotto più rapido del mondo” l’ha tagliata, appunto, a Formia dove era tornato con un anno di ritardo a causa di un brutto incidente stradale capitatogli in pieno centro a Torino . Campione anche fuori dalle piste e dalle pedane di uno stadio, Berruti volle mantenere la promessa e lo fece davanti ad un’attenta platea di studenti che, presso l’aula magna del liceo intitolato ad un altro grande italiano come Pietro Ingrao, ripercorse la sua formidabile carriera e soprattutto “quegli anni formidabili e fondamentali” legati alla sua formazione, scolastica ed umana, presso il liceo di via Divisione Julia.
Il preside Gionta volle consegnargli al campione olimpico di Roma 1960 una targa su cui fu incisa una frase in latino di Marco Tullio Cicerone “Gloria Virtutem tamquam umbra sequitur” (La gloria segue la virtù come un’ombra). Il maestro Candeloro ora rivela due aneddoti del Berruti sportivo: “Aveva un padre molto severo e scriveva a cadenza periodica all’allora direttore della Snal Elio Buldrini. Voleva che il figlio diventasse un campione sui 100 metri e faceva pressione perché questo desiderio di un genitore si concretizzasse. Per Berruti i 200 erano troppo lunghi da gestire. Era un atleta dolce e perbene . Ma aveva un difetto: mangiava in maniera smodata. Che significa? Mai filo di pancia. Aveva un metabolismo che oggigiorno tutti gli invidierebbero”.
Il nome di Berruti è stato anche accostato negli anni alla velocista americana Wilma Rudolph, altra grande protagonista di Roma 1960. Le fotografie dei due insieme al Villaggio Olimpico alimentarono all’epoca racconti e indiscrezioni, ma quella che venne descritta come una storia d’amore rimase, in realtà, poco più di un’amicizia nata nel clima irripetibile di quei Giochi. “Ragazzi – ha concluso Nicola Candeloro – Livio quando ha vinto l’oro a Roma non aveva compiuto i 22 anni. Mi ha sempre confidato di averci provato con la Rudoph ma fu un tentativo che tale è rimasto…” Berruti, del resto, avrebbe scelto una vita personale lontana dagli stereotipi della celebrità. Il matrimonio arrivò soltanto nel 1998, alla soglia dei sessant’anni, con all’avvocato Silvia Balma: le nozze furono celebrate a San Martino di Rosignano. “In precedenza consideravo il matrimonio un impedimento alla mia libertà operativa”, spiegò Berruti in un’intervista
LA CARRIERA SPORTIVA
Un metro e 80 per 66 chili, fisico filiforme, falcata ampia e una corsa che sembrava non richiedere sforzo. Livio Berruti era questo. L’immagine degli occhiali scuri, dei calzini bianchi e di quel corpo che pareva galleggiare sulla pista dell’Olimpico è rimasta una delle fotografie più felici dello sport italiano del Novecento. Nato a Torino il 19 maggio 1939, figlio unico di una famiglia benestante originaria di Stroppiana, nel Vercellese, Berruti fu uno dei giovani migliori – come detto sopra – di quella stagione dello sport scolastico che aveva in Bruno Zauli uno dei suoi principali artefici. L’atletica, nella sua vita, arrivò quasi per caso.
La sua vera passione era il tennis, disciplina alla quale avrebbe voluto dedicarsi. Fu il professore di ginnastica Melchiorre Bracco, al liceo Cavour di Torino, a convincerlo a partecipare alla fase provinciale dei Giochi Studenteschi. La prima gara cronometrata sui 100 metri si concluse con una vittoria in 11″4. Il tempo scese rapidamente a 11″ netti, abbastanza perché la Fidal si accorgesse di quel ragazzo taciturno e lo inviasse al centro federale della Fidal di Schio, in Veneto, uno dei tre in Italia insieme a quelli di Tirrenia e, appunto, di Formia. A diciotto anni era già in nazionale; a diciannove sarebbe diventato il primo italiano capace di correre i 100 metri in 10″3. Più sorprendente fu la trasformazione in specialista dei 200 metri.
La famiglia, preoccupata per la sua costituzione esile, non era convinta che potesse sostenere lo sforzo della distanza doppia. Un medico amico del padre, decisamente molto severo, arrivò a scrivere alla federazione e al direttore dell’epoca della Snal, il maestro Elio Buldrini – rivela ora quello che sarebbe stato il suo successore Nicola Candeloro – chiedendo che fosse tenuto lontano dai 200:’È troppo gracile per quello sforzo”. Il consiglio non venne seguito da Peppino Russo, responsabile della velocità, che comprese prima di altri le potenzialità del giovane piemontese. Fu una scelta decisiva”. Nel 1959 Berruti corse in 20″7 all’Arena di Milano, allora dotata di una pista in terra lunga 500 metri, e poco dopo entrò definitivamente nel gruppo dei grandi. A Duisburg, nell’arco di appena 24 ore, riuscì a battere due dei migliori velocisti europei del momento: il tedesco Armin Hary sui 100 metri e il francese Abdou Seye sui 200. Il salto definitivo per Berruti – come detto – arrivò nel 1960, l’anno dei Giochi di Roma.
Berruti aveva già dimostrato di possedere una velocità straordinaria, tanto da eguagliare in primavera il record europeo dei 100 metri con 10″2. Ma il suo allenatore Russo decise di concentrare il programma olimpico sui 200 metri, la distanza nella quale il giovane atleta sembrava avere qualcosa di diverso dagli altri. Prima dei Giochi arrivarono due 20″7, a Varsavia e Siena. Poi i test di allenamento, tra i quali un promettente 15″3 sui 150 metri. C’erano tutti gli ingredienti per una grande Olimpiade, anche se Berruti affrontava l’appuntamento con la curiosità più che con la certezza di essere destinato alla vittoria. Il 2 settembre aprì la sua avventura olimpica vincendo facilmente la batteria in 21″0. Poi arrivò il 20″8 dei quarti. Il giorno seguente, nella seconda semifinale, si trovò accanto a tre uomini che condividevano il record mondiale dei 200 metri in 20″5: l’inglese Peter Radford e gli americani Ray Norton e Stone Johnson. Fu la gara della consacrazione. Berruti affrontò la curva con un’azione perfetta, uscì sul rettilineo con una progressione irresistibile e chiuse in 20″5, eguagliando il record mondiale. Norton fu secondo in 20″7, Johnson terzo in 20″8.
L’italiano era diventato il favorito della finale. Le due ore che lo separavano dall’appuntamento decisivo le trascorse a modo suo: lontano dal clamore, cercando di scaricare la tensione. Prima negli spogliatoi, con una bottiglietta di aranciata, poi sui sacconi del salto con l’asta, dove riuscì persino a sonnecchiare. Alle ore 18 del 3 settembre 1960 arrivò la finale. Berruti strinse la mano a tutti gli avversari prima del via. Dopo una partenza falsa non sanzionata, arrivò il momento decisivo. Alla partenza l’italiano volò sulla curva. Entrò in rettilineo davanti a tutti e mantenne il vantaggio fino al traguardo, respingendo il ritorno dell’americano Les Carney. Il cronometro segnò ancora 20″5, equivalenti a 20″62 con il cronometraggio elettrico. Alle sue spalle Carney in 20″6 e Seye in 20″7.
Fu la più veloce finale dei 200 metri mai corsa fino a quel momento. Era nato il mito. Berruti divenne il primo atleta europeo a vincere il titolo olimpico maschile dei 200 metri, spezzando la tradizionale supremazia degli sprinter nordamericani. La sua immagine con gli occhiali da sole divenne immediatamente iconica. Una delle sequenze più celebri del film “La grande olimpiade” (1961) di Romolo Marcellini lo mostra mentre entra sul rettilineo e alcune colombe, posate sulla pista, si alzano davanti ai suoi passi. Una scena quasi irreale, diventata metafora involontaria di quella corsa. Eppure il protagonista non visse immediatamente quella vittoria come un’impresa epocale. “Nell’immediato non ho percepito la grandezza sentimentale della mia vittoria olimpica”, avrebbe raccontato anni dopo. La sua timidezza lo faceva sentire quasi a disagio davanti agli applausi. Il successo, del resto, non sembrava essere il centro della sua esistenza.
Berruti continuava a considerarsi soprattutto uno studente, lo stesso che nel Vitruvio Pollione avrebbe frequentato i tre anni di liceo. La curiosità, più che l’ambizione, era il filo conduttore della sua vita. “Volevo misurare le mie forze, capire se sarei riuscito a battere gli americani”, raccontava ricordando Roma. E proprio la curiosità lo avrebbe portato, negli anni successivi, a visitare città e musei durante le trasferte internazionali, talvolta sacrificando persino qualche risultato sportivo. Nel 1961 il campione visse una stagione eccezionale, con 26 vittorie in altrettante gare, affermandosi come numero uno mondiale dei 200 metri.
Ma la sua carriera non fu costruita esclusivamente sull’allenamento. Gli studi continuarono a occupare uno spazio centrale. Dopo il liceo Pollione frequentò l’Università di Padova e quindi quella di Torino, dove conseguì la laurea in chimica. Il rapporto con l’atletica rimase sempre particolare. Berruti non fu mai l’atleta completamente assorbito dalla competizione. Anche per questo, negli anni successivi, la sua attività agonistica divenne più discontinua. Eppure riuscì a rimanere ai vertici abbastanza a lungo da disputare altre due Olimpiadi. A Tokyo, nel 1964, fu quinto nei 200 metri in 20″8, ancora una volta il migliore degli europei. A Città del Messico, quattro anni dopo, prese parte alla sua terza Olimpiade. Non riuscì a ripetere il risultato di Roma nella prova individuale, ma contribuì alla staffetta 4×100. Per uno sprinter, tre partecipazioni olimpiche rappresentavano già un risultato raro. Nel complesso, il suo palmarès racconta una carriera straordinaria: sei titoli italiani nei 100 metri, otto nei 200 e uno nella staffetta 4×100.
Il ritiro dall’attività agonistica arrivò nel 1969. Cominciò allora la seconda vita di Livio Berruti. Lontano dalla pista, scoprì il mondo della pubblicità e della comunicazione. Tra il 1970 e il 1973 lavorò come account per Ermenegildo Zegna. Poi, nel 1973, entrò alla Fiat, nel settore della comunicazione, dell’immagine e delle relazioni esterne, dove sarebbe rimasto per 25 anni, fino alla pensione. Lo sport, però, non lo abbandonò mai del tutto. A un certo punto si candidò anche alla presidenza della Fidal, “proponendo una visione dello sport – ha aggiunto il maestro Candeloro- come strumento civile oltre che agonistico. Non fu eletto, ma quell’esperienza raccontava ancora una volta il suo modo di intendere l’atletica: non soltanto una questione di cronometri e medaglie, ma una parte della formazione dell’individuo.
La notorietà, invece, continuò a considerarla con una certa diffidenza. Per Berruti diventare campione significava anche perdere una parte della libertà personale. Il successo, spiegava, apre porte ma trasforma il vincitore in un personaggio pubblico, sottoposto allo sguardo degli altri”. Negli anni Sessanta quella pressione era ancora limitata rispetto all’epoca contemporanea. “La stampa rispettava maggiormente la vita privata degli atleti e, secondo Berruti, esisteva una sorta di solidarietà tra campioni e giornalisti. Con il tempo, invece, l’esposizione mediatica sarebbe diventata molto più invasiva. Anche per questo Berruti rifiutava l’idea che il successo appartenesse completamente a chi lo ottiene. “Il successo non ti appartiene”, era la frase che amava citare dell’amico Alberto Bolaffi. Una definizione che sembrava adattarsi perfettamente alla sua concezione della vita.”
Il rapporto con lo sport italiano rimase comunque fortissimo. Nel 2006, durante i Giochi olimpici invernali di Torino, fu tra gli atleti italiani incaricati di portare la bandiera olimpica nella cerimonia di chiusura. Nel 2015 il Coni gli conferì il Collare d’oro al merito sportivo e il suo nome venne inserito nella Walk of Fame dello sport italiano. Nel 2018 fu nominato presidente onorario dell’Isef Torino. “Berruti ha continuato a parlare della propria esperienza con la misura che lo ha sempre contraddistinto. Non amava raccontarsi come un uomo eccezionale. Si considerava, piuttosto, fortunato – ha concluso Candeloro – per i talenti ricevuti, per il momento storico nel quale era nato, per le opportunità incontrate e per le persone conosciute. “La gara più importante è con se stessi”, ripeteva. E ancora: “Se potessi rinascere, rifarei tutto quanto. Sono stato molto fortunato”
GLI ALTRI COMMENTI
Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, ha disposto le bandiere a mezz’asta nella sede del Foro Italico, dichiarando il lutto per il mondo sportivo. “Ci ha lasciato un’altra icona del nostro mondo sportivo. Nessuno di noi dimenticherà mai la sua vittoria a Roma 1960. Berruti è stato un campione inarrivabile, le cui gesta resteranno nella storia del nostro sport: ha fatto sognare l’Italia e con il suo oro ai Giochi di Roma ci ha reso orgogliosi e fieri della nostra italianità”, ha dichiarato Buonfiglio si legge sul sito. “Se ne va un pezzo della storia più bella e più emozionante dell’atletica italiana – sono state le parole del presidente Fidal Stefano Mei, raggiunto domenica dalla notizia a Birmingham, pochi minuti dopo la riunione di squadra degli azzurri impegnati da lunedì nei Campionati Europei -. Sono personalmente affranto, perché con Livio mi legava un rapporto saldo di amicizia e di rispetto reciproco, nato dalla comune appartenenza allo sport e alimentato negli anni dalla stessa passione e dalla stessa determinazione”.
“Quando pensiamo a Livio il primo ricordo è Roma 1960. Lo Stadio Olimpico, il pubblico italiano, quella corsa diventata eterna. Berruti che vola sui 200 metri e taglia il traguardo da campione olimpico. Quel giorno cambiò la storia dell’atletica italiana. Fu il primo azzurro capace di rompere il tabù della velocità alle Olimpiadi, dimostrando che anche un ragazzo italiano poteva salire sul gradino più alto del podio nello sprint mondiale. E lo fece in casa sua, davanti a un Paese intero che si innamorò di lui. Quella vittoria appartiene alla nostra memoria collettiva e soprattutto a quei bambini e quei ragazzi che, vedendo Livio correre, hanno pensato per la prima volta che anche loro potessero sognare. È stato un modello per generazioni di giovani. Ha saputo rappresentare al meglio l’Italia e l’atletica, dentro e fuori dalla pista”.
“A nome mio, del Consiglio federale e di tutta l’Atletica Italiana, mi stringo alla famiglia di Livio e a tutti coloro che gli hanno voluto bene – ha concluso Mei – Ringrazio la European Athletics che la Nazionale italiana perché nella giornata inaugurale degli europei gareggeremo con un segno di lutto sulla maglia azzurra”. Il quattro volte sindaco di Formia, Sandro Bartolomeo, che volle il direttore Nicola Candeloro quale assessore allo sport nel suo primo mandato amministrativo (1993-1997), era molto amico di Livio Berruti dopo essere stato suo ‘appassionato tifoso” durante la sua carriera: “Non è retorica – ha osservato – ma lo sport italiano da domenica è più povero. A questo grande uomo e campione la città deve essere riconoscente per sempre.
L’ha accolto quand’era giovanissimo permettendogli di affinare la sua cultura e formazione attraverso una nostra importante istituzione scolastica che è il liceo Vitruvio Pollione. Poi è diventato un suo ambasciatore in tutto il mondo grazie alle vittorie e ai risultati conseguiti durante la sua carriera. Berruti – e l’ha dichiarato più volte- non ha mai considerato Formia ed il suo centro di preparazione olimpica una ‘prigione’ ma un metodo per affermarsi nello sport prima e nella vita poi. Quando poteva veniva a farci visita per affermare questo principio a favore delle nuove generazioni. Lo sport italiano ha perso un punto di riferimento che definirlo valoriale potrebbe apparire – ha concluso l’ex sindaco di Formia – anche assai riduttivo”.
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