Blitz dei Carabinieri tra la provincia di Latina e Torino. In carcere anche i fratelli Leonardo e Francesco Corni e Luca Nardone, detto “l’Indiano”. L’inchiesta, avviata dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, ha ricostruito un presunto sistema di traffico e spaccio di stupefacenti attivo anche nella Capitale. Sequestrati oltre cinque chili di droga e 7.200 euro in contanti.
LATINA – Sette persone arrestate, due distinte organizzazioni dedite al traffico di stupefacenti, una rete di distribuzione estesa dalla provincia di Latina fino a Roma e un sistema di comunicazioni criptate utilizzato per rendere più difficili le indagini. È il quadro delineato dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma nell’ambito dell’operazione «Torre di Babele», scattata nelle prime ore di lunedì 26 ottobre e condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando provinciale di Latina. Un’inchiesta che ha riportato al centro dell’attenzione gli interessi criminali legati al mercato degli stupefacenti nel territorio pontino, individuando, secondo l’accusa, due gruppi autonomi ma entrambi capaci di rifornire una rete di spacciatori e di movimentare consistenti quantitativi di droga.
Il provvedimento restrittivo è stato emesso dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma Paola Della Monica, su richiesta della Procura distrettuale antimafia capitolina. I sette destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere sono gravemente indiziati, a vario titolo, di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti e di numerosi episodi di detenzione ai fini di spaccio.
L’operazione ha interessato Latina, San Felice Circeo, Sabaudia, Fondi, Pontinia e Torino, con l’impiego dei reparti territoriali dell’Arma, il supporto di un elicottero del Nucleo Elicotteri di Roma-Urbe e di un’unità cinofila del Nucleo Carabinieri di Roma Santa Maria di Galeria. Contestualmente all’esecuzione delle ordinanze sono state disposte perquisizioni nei confronti dei destinatari delle misure cautelari e di altri quattro indagati.
I sette destinatari delle misure cautelari
A finire in carcere sono stati i fratelli Leonardo Corni, classe 1983, e Francesco Corni, classe 1991, entrambi di Sabaudia; Gianluca Calisi, nato nel 1981; Giovanni Centola, classe 1987; Tiziano Tiziani, nato nel 1992; il cittadino romeno Gabriel Francu, classe 1985, e Luca Nardone, classe 1989, originario di Fondi e conosciuto con il soprannome di «l’Indiano».
Nomi che compaiono nell’ordinanza cautelare sulla base delle risultanze di un’attività investigativa sviluppata tra febbraio 2020 e settembre 2021, sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Roma. Un periodo durante il quale i Carabinieri avrebbero ricostruito la struttura interna delle due organizzazioni, i ruoli dei singoli componenti, le modalità di approvvigionamento degli stupefacenti e i canali utilizzati per la successiva commercializzazione.
L’esecuzione delle misure cautelari arriva dunque a distanza di circa cinque anni dalla conclusione delle principali attività investigative. Le responsabilità dei sette indagati dovranno essere accertate nelle successive fasi del procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza.
Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia
A imprimere una svolta alle investigazioni sarebbero state le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Iannicelli, il cui nome era già emerso nell’ambito del procedimento denominato «Jars». Le informazioni fornite dall’uomo avrebbero consentito ai Carabinieri di individuare persone, rapporti e modalità operative che gli investigatori hanno successivamente sottoposto a riscontro.
Proprio dagli accertamenti avviati sulle dichiarazioni del collaboratore sarebbe emersa l’esistenza di due associazioni criminali differenti, ciascuna dotata di una propria struttura organizzativa e di referenti incaricati di gestire l’acquisto e la distribuzione degli stupefacenti.
Entrambe avrebbero operato nel territorio pontino e nella Capitale, facendo affidamento su una rete di soggetti incaricati della commercializzazione della droga. Il dato più significativo dell’inchiesta è rappresentato proprio dalla ricostruzione di due sistemi distinti, nei quali l’attività di spaccio non sarebbe stata affidata all’iniziativa occasionale dei singoli, ma organizzata attraverso una ripartizione stabile delle mansioni.
Secondo gli inquirenti, gli indagati avrebbero potuto contare su strutture logistiche, risorse economiche e canali di comunicazione riservati, utilizzati per garantire la continuità delle forniture e ridurre il rischio di essere individuati dalle forze dell’ordine.
Il gruppo di Fondi: acquisti, stipendi e una base per custodire la droga
La prima organizzazione, secondo la ricostruzione contenuta nel provvedimento cautelare, sarebbe stata promossa, finanziata e diretta da un uomo originario di Fondi. A lui gli investigatori attribuiscono un ruolo centrale nell’approvvigionamento degli stupefacenti e nel coordinamento delle attività dei diversi componenti.
Non si sarebbe trattato, dunque, di una semplice rete di spacciatori autonomi, ma di una struttura caratterizzata da una precisa organizzazione interna. Il presunto promotore avrebbe provveduto personalmente all’acquisto delle sostanze stupefacenti, affidandone poi la commercializzazione agli altri associati, ai quali sarebbero state riconosciute quote mensili fisse per l’attività svolta.
Un particolare che assume rilievo nella ricostruzione dell’accusa, perché indicherebbe l’esistenza di rapporti continuativi tra i componenti dell’organizzazione e una gestione centralizzata delle risorse economiche. Il pagamento periodico sarebbe stato infatti collegato alla disponibilità degli associati a svolgere stabilmente i compiti assegnati.
Tra i soggetti coinvolti figura anche un uomo che avrebbe messo a disposizione un proprio immobile, trasformato in una base logistico-operativa del gruppo. La struttura sarebbe stata utilizzata per custodire gli stupefacenti in attesa della distribuzione, mentre il proprietario avrebbe assunto anche il compito di vigilare sulla droga depositata.
L’immobile avrebbe dunque rappresentato un punto di riferimento essenziale per l’organizzazione, consentendo di separare la fase dell’approvvigionamento da quella della commercializzazione e di mantenere una disponibilità di sostanze da destinare successivamente allo spaccio.
I telefoni criptati per sfuggire alle indagini
Uno degli aspetti che avrebbe maggiormente complicato il lavoro dei Carabinieri riguarda le precauzioni adottate dai componenti dell’organizzazione per comunicare tra loro.
Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe fatto sistematicamente ricorso a telefoni criptati, applicazioni di messaggistica istantanea dedicate e un linguaggio convenzionale attraverso il quale discutere delle operazioni senza fare riferimenti espliciti alla droga.
La cautela nelle comunicazioni rappresenterebbe, nella prospettazione accusatoria, un ulteriore elemento della stabilità organizzativa del sodalizio. Gli indagati avrebbero cercato di limitare la possibilità che conversazioni e messaggi consentissero alle forze dell’ordine di risalire alle operazioni di acquisto e vendita degli stupefacenti.
L’attività investigativa avrebbe comunque permesso di ricostruire numerosi contatti e collegamenti, incrociando gli elementi acquisiti durante gli accertamenti con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia.
Una ricostruzione particolarmente complessa, proprio per la necessità di attribuire un significato alle comunicazioni riservate e individuare le persone coinvolte nei diversi passaggi della commercializzazione.
Il secondo gruppo e il ruolo dei fratelli Corni
Parallelamente all’organizzazione riconducibile al territorio di Fondi, i Carabinieri avrebbero individuato un secondo sodalizio, autonomo rispetto al primo, al cui vertice sarebbero stati Leonardo e Francesco Corni, i due fratelli originari di Sabaudia destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere.
Secondo la Direzione distrettuale antimafia, i due avrebbero condiviso una strategia organizzativa finalizzata all’acquisto e alla successiva distribuzione delle sostanze stupefacenti. Le operazioni di approvvigionamento sarebbero state gestite attraverso le risorse economiche a disposizione dei fratelli, mentre la commercializzazione sarebbe stata affidata agli altri componenti dell’associazione.
Accanto agli associati, gli investigatori avrebbero individuato altri due indagati collegati stabilmente al gruppo e incaricati di svolgere funzioni di pusher, occupandosi della vendita al dettaglio degli stupefacenti.
Anche in questo caso, la struttura avrebbe avuto una ripartizione definita delle mansioni, con i presunti promotori impegnati nella gestione economica e organizzativa e altri soggetti incaricati di raggiungere gli acquirenti.
I proventi derivanti dalle attività di spaccio sarebbero stati reinvestiti anche per garantire la sopravvivenza della stessa organizzazione, finanziando nuovi acquisti di droga e assicurando la continuità delle operazioni.
Un altro elemento valorizzato dagli investigatori riguarda la disponibilità di mezzi e risorse economiche riconducibili ai due fratelli, che avrebbero consentito al sodalizio di mantenere una significativa capacità operativa.
La posizione dei Corni assume particolare rilievo nell’inchiesta proprio per il ruolo direttivo loro attribuito, sebbene le responsabilità individuali e l’effettiva partecipazione all’associazione restino oggetto dell’accertamento giudiziario.
I precedenti giudiziari di Leonardo Corni
Il nome di Leonardo Corni non è nuovo alle cronache giudiziarie pontine. L’imprenditore di Sabaudia, già coinvolto in precedenti indagini in materia di stupefacenti, nel marzo 2024 è stato sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale.
Corni è inoltre coinvolto, in qualità di titolare della società «La Rapida 2004», in un procedimento giudiziario relativo agli interventi di disinfestazione effettuati nel settembre 2019 in undici plessi scolastici di Sabaudia, appartenenti agli istituti Cencelli e Giulio Cesare.
La vicenda suscitò notevole preoccupazione tra le famiglie degli studenti e determinò approfonditi accertamenti sulle sostanze impiegate durante le operazioni. Nei giorni successivi agli interventi, infatti, le analisi effettuate dall’Arpa avrebbero rilevato tracce di clorpirifos metile, un pesticida organofosforico utilizzato in agricoltura.
Da quegli accertamenti scaturì un’indagine della Procura della Repubblica di Latina, nell’ambito della quale il titolare della società venne coinvolto in un procedimento per ipotesi di reato ambientale. La vicenda è successivamente approdata in giudizio.
Si tratta di un procedimento completamente distinto dall’inchiesta antidroga «Torre di Babele» e che non presenta, sulla base degli elementi disponibili, collegamenti con le contestazioni formulate dalla Dda di Roma.
Sette arresti in flagranza durante le indagini
L’operazione del 26 ottobre costituisce l’ultimo sviluppo di una complessa attività investigativa che aveva già prodotto risultati significativi durante il periodo compreso tra febbraio 2020 e settembre 2021.
Nel corso degli accertamenti, infatti, i Carabinieri avevano arrestato sette persone in flagranza di reato e denunciato ulteriori cinque soggetti per detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio.
Le operazioni avevano consentito di recuperare quantitativi rilevanti di droga: oltre due chilogrammi di cocaina, tre chilogrammi di marijuana e settanta grammi di hashish. Erano stati inoltre sequestrati 7.200 euro in contanti, ritenuti dagli investigatori probabile provento della commercializzazione degli stupefacenti.
Si tratta dei risultati complessivi delle investigazioni precedenti, distinti dalle sette misure cautelari eseguite il 26 ottobre.
Le quantità recuperate, peraltro, non rappresentano necessariamente l’intero volume di droga che sarebbe stato commercializzato dai gruppi, ma soltanto quello effettivamente intercettato e sequestrato durante le operazioni.
Il blitz tra il Pontino e Torino
L’esecuzione dei provvedimenti cautelari ha richiesto un dispositivo articolato, coordinato dal Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando provinciale di Latina, con il coinvolgimento dei reparti territoriali dell’Arma nei comuni interessati.
Le attività si sono concentrate nel capoluogo pontino e nei territori di Sabaudia, San Felice Circeo, Fondi e Pontinia, estendendosi anche a Torino. L’operazione ha interessato inoltre l’area di Terracina, secondo quanto riferito nelle prime comunicazioni diffuse nella mattinata.
A supporto degli investigatori sono intervenuti un elicottero del Nucleo Elicotteri Carabinieri di Roma-Urbe e un’unità cinofila del Nucleo Carabinieri di Roma Santa Maria di Galeria.
Contemporaneamente all’esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare sono state avviate ulteriori perquisizioni, disposte dall’autorità giudiziaria nei confronti dei sette arrestati e di altre quattro persone coinvolte nel procedimento.
L’obiettivo degli accertamenti è acquisire eventuali ulteriori elementi utili a completare il quadro investigativo e approfondire i rapporti tra i diversi soggetti che, secondo la Procura antimafia, avrebbero partecipato alla gestione delle attività illecite.
Due organizzazioni autonome nel mercato pontino della droga
L’elemento più significativo dell’operazione «Torre di Babele» è rappresentato dalla ricostruzione di due associazioni distinte, entrambe radicate nel territorio pontino e con collegamenti operativi nella Capitale.
Da una parte il gruppo che avrebbe fatto riferimento a Fondi, caratterizzato da una gestione centralizzata degli acquisti e da compensi periodici riconosciuti agli associati. Dall’altra l’organizzazione attribuita ai fratelli Corni, che avrebbe potuto contare su mezzi, risorse economiche e una rete di collaboratori incaricati della distribuzione.
Due strutture che, pur mantenendo una propria autonomia, sarebbero state accomunate da modalità operative organizzate, dalla continuità dell’attività di commercializzazione e dalla capacità di gestire approvvigionamenti e distribuzione degli stupefacenti.
Un quadro sul quale la Direzione distrettuale antimafia di Roma ha fondato la contestazione dell’associazione finalizzata al traffico illecito di droga, distinguendola dai singoli episodi di detenzione e spaccio.
L’inchiesta, avviata oltre sei anni fa e approdata adesso all’esecuzione delle misure cautelari, entra dunque in una nuova fase giudiziaria. Gli interrogatori e le successive valutazioni dell’autorità giudiziaria saranno determinanti per verificare la consistenza degli elementi raccolti, chiarire le singole posizioni e accertare le responsabilità degli indagati.
Resta, intanto, il risultato dell’attività investigativa dei Carabinieri di Latina: aver ricostruito, secondo l’ipotesi della Procura antimafia, due sistemi organizzati di approvvigionamento e distribuzione degli stupefacenti, capaci di operare su più territori e di mantenere nel tempo una struttura stabile. Un’indagine che riaccende l’attenzione sulla dimensione economica e organizzativa del traffico di droga nel sud della provincia di Latina e sui collegamenti con il mercato della Capitale.