La somma prevista dal Fondo del Viminale dovrà essere divisa tra gli aventi diritto. La madre della sedicenne di Cisterna contesta la decisione e annuncia il ricorso in appello
CISTERNA – Non un risarcimento commisurato al danno subito, ma un indennizzo complessivo di 75mila euro da ripartire tra i familiari. È quanto stabilito dal Tribunale civile di Roma per la morte di Desirée Mariottini, la sedicenne di Cisterna trovata senza vita nell’ottobre del 2018 all’interno di uno stabile abbandonato nel quartiere San Lorenzo.
La seconda sezione civile del Tribunale ha respinto la richiesta di circa 900mila euro avanzata nei confronti dello Stato dalla madre Barbara e dalla sorella della ragazza. Alla base dell’azione legale c’era l’impossibilità di ottenere il pagamento da Yousef Salia, condannato in via definitiva all’ergastolo e risultato incapiente, vale a dire privo di un patrimonio sul quale rivalersi.
La famiglia si era quindi rivolta allo Stato richiamando le direttive europee sulla tutela delle vittime di reati intenzionali violenti, secondo le quali deve essere garantita una forma di compensazione quando il responsabile non dispone delle risorse necessarie per risarcire il danno.
Il giudice Claudio Patruno ha però ritenuto che l’Italia abbia già dato attuazione alla disciplina europea attraverso il Fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive, dell’usura e dei reati intenzionali violenti, gestito dal ministero dell’Interno.
Per la vicenda di Desirée il Fondo ha previsto 50mila euro per l’omicidio e 25mila euro per la violenza sessuale. I 75mila euro non saranno riconosciuti singolarmente a ciascun familiare, ma costituiscono una somma complessiva da dividere pro quota tra tutti gli aventi diritto, compreso il padre della sedicenne.
La distinzione tra risarcimento e indennizzo
Il punto centrale della decisione è rappresentato dalla differenza giuridica tra risarcimento e indennizzo. Il primo dovrebbe compensare integralmente, per quanto possibile, le conseguenze del danno subito. Il secondo svolge invece una funzione solidaristica e riparatoria, senza dover necessariamente corrispondere all’effettiva entità del pregiudizio.
Secondo il Tribunale, lo Stato non è quindi tenuto a sostituirsi integralmente al condannato incapiente, assumendosi l’intero importo del risarcimento. Deve piuttosto assicurare alle vittime o ai loro familiari la prestazione economica prevista dalla normativa nazionale.
Nella sentenza viene considerato «indiscutibile» l’adeguamento dell’ordinamento italiano alle disposizioni europee, perché il sistema introdotto dal legislatore garantirebbe comunque un sostegno economico alle vittime dei crimini violenti quando il responsabile non può pagare.
È proprio questa interpretazione a essere contestata dalla famiglia Mariottini. I legali sostengono che la disciplina italiana non assicuri una tutela realmente equa e adeguata rispetto alla gravità del reato e alle conseguenze prodotte sui familiari della vittima.
La madre: «Una valutazione profondamente ingiusta»
Barbara Mariottini ha annunciato l’intenzione di impugnare la decisione davanti alla Corte d’Appello di Roma. La madre ha precisato che nessuna somma potrebbe compensare la perdita di una figlia, soprattutto considerando le circostanze nelle quali Desirée morì. La battaglia legale riguarda però il principio della tutela riconosciuta alle vittime e ai loro familiari.
«Trovo profondamente ingiusto che sia stata fatta una valutazione diversa tra l’omicidio di una ragazza e quanto avvenuto, ad esempio, nella vicenda del gioielliere», ha affermato Barbara Mariottini, facendo riferimento al caso di Mario Roggero e alle somme riconosciute alle famiglie delle vittime.
«La direttiva della Comunità europea prevede un equo risarcimento. Ho deciso di fare appello anche per mia figlia Dalila, privata della felicità di vivere con una sorella», ha aggiunto.
Il nuovo procedimento dovrà dunque stabilire se l’indennizzo previsto dal Fondo statale sia sufficiente a garantire la tutela richiesta dalla normativa europea o se, come sostiene la famiglia, le disposizioni comunitarie debbano essere interpretate in modo più ampio.
La morte nello stabile di San Lorenzo
Desirée Mariottini scomparve il 17 ottobre 2018. Il suo corpo venne ritrovato due giorni dopo all’interno di un immobile abbandonato in via dei Lucani, nel quartiere romano di San Lorenzo, utilizzato come luogo di consumo e spaccio di sostanze stupefacenti.
Secondo quanto ricostruito nei diversi gradi di giudizio, la sedicenne assunse un mix di droghe e psicofarmaci, tra cui eroina, cocaina e benzodiazepine. Mentre si trovava in stato di incoscienza subì violenze sessuali. Le sue condizioni continuarono a peggiorare senza che venissero chiamati tempestivamente i soccorsi.
Le indagini portarono all’arresto di quattro uomini: Mamadou Gara, Alinno Chima, Brian Minthe e Yousef Salia. Le contestazioni comprendevano, a seconda delle singole posizioni, omicidio, violenza sessuale, cessione di sostanze stupefacenti e morte come conseguenza di un altro reato.
Il percorso processuale è stato lungo e complesso. Dopo le prime condanne e il giudizio di secondo grado, nell’ottobre del 2023 la Corte di Cassazione annullò parzialmente la sentenza nei confronti di alcuni imputati, facendo cadere determinate contestazioni e disponendo un nuovo processo d’appello.
Nel maggio del 2024 l’appello bis rideterminò le pene. La Cassazione rese poi definitive, il 17 ottobre dello stesso anno, le ultime condanne: 22 anni di reclusione per Mamadou Gara, 26 anni per Alinno Chima e 18 anni per Brian Minthe. Per Yousef Salia era già diventata definitiva la condanna all’ergastolo.
La battaglia si sposta in Corte d’Appello
Definito il processo penale, il confronto giudiziario si concentra ora sulla tutela economica spettante ai familiari. La questione non riguarda più l’accertamento delle responsabilità per la morte della ragazza, ormai sancite definitivamente, ma l’estensione degli obblighi dello Stato quando il condannato non dispone di beni sufficienti per adempiere al risarcimento.
La Corte d’Appello sarà chiamata a valutare la correttezza dell’interpretazione adottata dal Tribunale e la conformità del sistema italiano ai principi europei in materia di assistenza alle vittime di reati violenti. Fino alla decisione di secondo grado, resta valido quanto stabilito dal giudice civile: nessun risarcimento da circa 900mila euro a carico dello Stato e un indennizzo complessivo di 75mila euro, da suddividere tra gli aventi diritto.