L’udienza si aprirà il 12 novembre davanti al Tribunale di Latina. Al centro dell’inchiesta droga, estorsioni, armi clandestine ed esplosivi. Le dichiarazioni dei due indagati potrebbero aprire nuovi scenari sulla criminalità del capoluogo
LATINA – Sedici imputati chiamati a rispondere di una lunga sequenza di reati, dalle estorsioni allo spaccio, passando per armi clandestine, incendi intimidatori e disponibilità di esplosivi. Ma soprattutto due indagati che, dopo gli arresti, hanno deciso di parlare con i magistrati. È questo il nuovo e potenzialmente dirompente scenario aperto dall’inchiesta “Pac-Man”, nata nel solco delle indagini sulla stagione di violenza che ha attraversato Latina e ora destinata ad approdare direttamente davanti al Tribunale.
Il giudice per le indagini preliminari Francesca Zani ha accolto la richiesta di giudizio immediato avanzata dalla Procura nei confronti di tutti i sedici indagati coinvolti nell’operazione eseguita dalla Squadra Mobile il 12 maggio scorso. Il decreto è stato emesso il 5 agosto, a pochi giorni dalla richiesta depositata il 31 luglio dal procuratore aggiunto Luigia Spinelli, che ha coordinato l’inchiesta insieme al sostituto procuratore Valentina Giammaria.
La prima udienza è stata fissata per il 12 novembre, alle 9, nell’aula “A” del Tribunale di Latina. Il procedimento sarà celebrato davanti al terzo collegio penale, presieduto dal giudice Mario La Rosa, con a latere Valentina Mongillo ed Elena Sofia Ciccone, salvo le eventuali richieste di riti alternativi che potranno essere presentate dalle difese.
Il giudizio immediato consente di passare direttamente alla fase dibattimentale, senza celebrare l’udienza preliminare, quando il giudice ritiene sussistente l’evidenza della prova posta a fondamento della richiesta della Procura. Resta naturalmente ferma la presunzione di innocenza degli imputati fino a una sentenza definitiva.
I sedici imputati
Davanti ai giudici dovranno comparire Francesco D’Antonio, Alex Iannaccone, Antonio Mazzucco, Vittoria Cinque, Christian Solito, Enzo Succi, Lorenzo Maddaloni, Luca Tonini, Ferdinando Ciarelli, Daniele De Angelis, Davide Beccaro, Sabrina De Angelis, Francesco Nicoletti, Marco Proietti, Alan Gaveglia e Nicoleta Roxana Belciu.
Le contestazioni sono formulate a vario titolo e riguardano estorsione, detenzione e porto illegale di armi – alcune delle quali ritenute clandestine –, disponibilità di munizioni e ordigni esplosivi, ricettazione, evasione, danneggiamento seguito da incendio, spaccio e detenzione ai fini di spaccio di cocaina, crack e hashish. Tredici sono invece le persone indicate come parti offese negli episodi di estorsione e negli attentati incendiari ricostruiti dagli investigatori.
Non tutti gli imputati, dunque, devono rispondere delle medesime accuse o con lo stesso grado di coinvolgimento. Sarà il processo a verificare la fondatezza delle singole contestazioni e a definire le eventuali responsabilità.
La collaborazione di D’Antonio
Il passaggio più delicato emerso con la notifica del decreto riguarda Francesco D’Antonio, 37 anni, indicato dagli investigatori come uno dei principali riferimenti del gruppo. L’uomo avrebbe cominciato a rendere dichiarazioni ai magistrati nelle ultime settimane, seguendo un percorso che potrebbe trasformarlo in una fonte importante per la ricostruzione degli equilibri e dei rapporti interni alla criminalità latinense.
La portata della collaborazione non è ancora conosciuta. È quindi prematuro stabilire quali vicende D’Antonio abbia affrontato, quali persone abbia chiamato in causa e se le sue dichiarazioni abbiano già trovato riscontri investigativi. Il dato certo è che, durante la detenzione nel carcere romano di Regina Coeli, il 23 luglio ha cambiato difensore, affidandosi all’avvocata Valeria Maffei.
Si tratta di una professionista con una lunga esperienza nell’assistenza ai collaboratori di giustizia, che nel corso della propria attività ha difeso anche figure come Giovanni Brusca e Gaspare Spatuzza. La nomina non è di per sé sufficiente a definire formalmente D’Antonio un collaboratore, ma assume un significato preciso se letta insieme ai colloqui avviati con la Procura.
Le informazioni che potrebbe mettere a disposizione degli inquirenti non riguarderebbero soltanto i fatti contestati nell’operazione “Pac-Man”. D’Antonio conosce da tempo gli ambienti criminali del capoluogo ed era già stato coinvolto nell’inchiesta sulla spedizione punitiva conclusasi, il 30 novembre 2011, con l’omicidio di Matteo Vaccaro nel parco Europa. Per quella vicenda era stato condannato in via definitiva a sedici anni di reclusione per il ruolo attribuitogli nell’organizzazione dell’agguato.
Una parte rilevante della pena sarebbe stata scontata in regime di detenzione domiciliare per ragioni legate a una patologia cardiaca. Il nuovo arresto e la prospettiva di affrontare accuse particolarmente gravi avrebbero potuto incidere sulla decisione di avviare un confronto con i magistrati. Si tratta, tuttavia, di una valutazione che potrà essere compiuta soltanto quando emergeranno con chiarezza contenuto, continuità e attendibilità delle sue dichiarazioni.
Le dichiarazioni di Sabrina De Angelis
D’Antonio non è il primo indagato dell’operazione ad avere aperto un canale con gli inquirenti. Già durante l’interrogatorio di garanzia Sabrina De Angelis aveva ammesso parte dei fatti contestati e cominciato a fornire indicazioni e nomi.
La donna aveva scelto come legale di fiducia l’avvocata Maria Di Cesare, anche lei specializzata nell’assistenza ai collaboratori di giustizia. Secondo quanto emerso nella prima fase del procedimento, De Angelis avrebbe riconosciuto il proprio coinvolgimento nell’attività di spaccio, mentre la consistenza delle dichiarazioni sugli altri episodi resta oggetto di valutazione.
Anche in questo caso sarà necessario comprendere se il percorso intrapreso proseguirà e, soprattutto, se le informazioni fornite saranno considerate attendibili e riscontrabili. La presenza di due persone disposte a parlare potrebbe comunque imprimere una direzione nuova non soltanto al processo, ma anche alle indagini su episodi rimasti finora senza una ricostruzione definitiva.
Il gruppo e il vuoto lasciato alle case Arlecchino
L’operazione “Pac-Man” avrebbe consentito alla Squadra Mobile di individuare un gruppo capace, secondo l’accusa, di inserirsi negli spazi lasciati liberi dagli arresti che avevano colpito i presunti gestori delle piazze di spaccio delle case Arlecchino.
Le precedenti operazioni avevano modificato gli equilibri criminali della città, creando un vuoto che altri soggetti avrebbero cercato di occupare. In questa fase D’Antonio avrebbe assunto un ruolo crescente, affiancato da Alex Iannaccone e sostenuto da una rete di collaboratori, alcuni molto giovani.
Un collegamento considerato significativo dagli investigatori sarebbe stato quello stabilito con Antonio Mazzucco, detto “Tulò”, personaggio associato alla vecchia malavita pontina. L’alleanza avrebbe unito nuove leve e figure già note, mettendo a disposizione del gruppo contatti, capacità operative e un impressionante quantitativo di armi.
D’Antonio, secondo la ricostruzione accusatoria, aveva avuto in precedenza rapporti anche con Yuri e Mattia Spinelli, indicati come figure di vertice dell’ambiente criminale delle case Arlecchino. Quei legami si sarebbero successivamente spezzati, in un contesto segnato da contrasti e ritorsioni.
Anche Alex Iannaccone sarebbe entrato in conflitto con i gemelli Spinelli: era stato indicato come vittima di un’estorsione e gli investigatori lo ritengono possibile destinatario dell’attentato esplosivo compiuto nella notte del 18 settembre in viale Nervi, nella scala immediatamente successiva a quella in cui vive la sua famiglia.
L’inchiesta “Pac-Man” non attribuisce in maniera diretta al gruppo gli attentati esplosivi che avevano sconvolto Latina nel corso dell’anno precedente. I rapporti tra alcuni dei protagonisti e l’ambiente delle case Arlecchino rappresentano però, secondo gli inquirenti, una traccia utile per comprendere gli effetti della frattura e la successiva ridefinizione degli equilibri criminali.
Le piazze di spaccio tra Q5 e Borgo Piave
Le indagini avrebbero ricostruito anche un’attività continuativa di vendita di cocaina, crack e hashish. Le principali piazze di spaccio sarebbero state individuate nel quartiere Q5 e nella zona di Borgo Piave, con un’organizzazione capace di garantire anche consegne a domicilio.
Intercettazioni, sistemi di videosorveglianza e analisi forensi dei telefoni cellulari avrebbero permesso agli investigatori di ricostruire contatti, spostamenti e una vera e propria contabilità delle cessioni.
Nel corso degli accertamenti sono stati sequestrati oltre un chilogrammo di cocaina ad alta purezza e circa 2,7 chilogrammi di hashish. La droga sarebbe stata nascosta all’interno di un container collocato su un terreno vicino all’abitazione di uno dei soggetti ritenuti centrali nell’organizzazione.
Secondo l’accusa, il gruppo non avrebbe operato soltanto nel settore degli stupefacenti. Gli investigatori contestano anche estorsioni e azioni intimidatorie eseguite per affermare il controllo sul territorio o per conto di altri soggetti, compreso un uomo detenuto per un diverso procedimento.
L’arsenale scoperto al Circeo
Uno degli elementi più inquietanti dell’inchiesta è rappresentato dall’arsenale sequestrato nella notte tra il 4 e il 5 gennaio 2026 in un appartamento di San Felice Circeo ritenuto nella disponibilità di D’Antonio.
All’interno dell’immobile la Polizia avrebbe trovato sette pistole, un silenziatore, centinaia di munizioni, quattro ordigni esplosivi e oltre 250 grammi di tritolo. Una dotazione che, secondo la Procura, dimostrerebbe la capacità del gruppo di accedere a canali criminali di rilievo e di disporre di strumenti potenzialmente utilizzabili per attentati e azioni violente.
Proprio la disponibilità di armi ed esplosivi rappresenta uno degli aspetti sui quali le eventuali dichiarazioni di D’Antonio potrebbero assumere maggiore importanza. Gli inquirenti potrebbero cercare di ricostruire la provenienza dell’arsenale, i soggetti che ne avrebbero favorito l’approvvigionamento e la destinazione prevista per pistole e ordigni.
Un’inchiesta che potrebbe allargarsi
Il processo del 12 novembre accerterà le responsabilità relative ai fatti già contestati. Parallelamente, però, la Procura dovrà valutare il patrimonio informativo offerto da D’Antonio e De Angelis.
Se le dichiarazioni saranno confermate e troveranno riscontri, potrebbero nascere nuovi filoni investigativi sui traffici di droga, sull’origine delle armi, sui rapporti tra i diversi gruppi e sulla stagione degli attentati che ha alimentato paura e tensione nel capoluogo.
È questa la variabile più rilevante aperta dall’operazione “Pac-Man”. L’inchiesta, nata per ricostruire l’attività di un gruppo emergente, potrebbe ora diventare una chiave per leggere alleanze, rotture e nuovi assetti della criminalità latinense. Prima, però, le parole dei due indagati dovranno superare il vaglio dei riscontri e del processo. Solo allora sarà possibile stabilire se ci si trovi davanti a un effettivo cambio di fronte o soltanto all’inizio di una collaborazione ancora tutta da verificare.