Operazione Pac-Man, armi, droga e bombe: nelle carte la mappa della nuova guerra criminale di Latina

LATINA – Non soltanto una rete di spaccio, ma un gruppo pronto a usare armi, esplosivi e intimidazioni per imporsi sul territorio. È questo il quadro che emerge dall’operazione “Pac-Man”, il blitz eseguito dalla Polizia di Stato a Latina con 16 misure cautelari, 22 perquisizioni e il sequestro, nel corso delle indagini, di un vero arsenale: 15 pistole, 3 fucili, oltre 650 munizioni, quattro ordigni esplosivi e più di sei chili di droga tra cocaina, crack e hashish. Un’indagine che, secondo gli investigatori, restituisce l’immagine di una criminalità capace di saldare traffico di stupefacenti, estorsioni, incendi intimidatori e disponibilità di armi clandestine.

L’operazione è stata eseguita nelle prime ore del 12 maggio dagli agenti della Squadra Mobile di Latina, con il supporto delle Squadre Mobili di Roma, Napoli, Caserta, L’Aquila, Frosinone, Rieti, Viterbo, Isernia e Benevento, dei Reparti Prevenzione Crimine, delle unità cinofile e del Reparto Volo. L’ordinanza cautelare è stata firmata dal gip del Tribunale di Latina, Laura Morselli, su richiesta della Procura pontina. L’inchiesta è stata coordinata dal procuratore aggiunto Luigia Spinelli e dal sostituto procuratore Valentina Giammaria.

Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, reati di estorsione, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione illegale di armi ed esplosivi, ricettazione, evasione e incendi intimidatori. Quattordici persone sono finite in carcere, due agli arresti domiciliari. Tra i destinatari delle misure figurano nomi già noti agli ambienti giudiziari pontini, tra cui Francesco D’Antonio, 37 anni, condannato in passato per l’omicidio di Matteo Vaccaro, e Antonio Mazzucco, detto “Tulò”, indicato dagli investigatori come figura di peso nel contesto criminale locale.

L’inchiesta avrebbe preso avvio nella notte del 14 settembre 2025, dopo un intervento della Squadra Mobile nei pressi delle Case Arlecchino di via Guido Rossa, dove poco prima era stato incendiato il portone di un condominio. Durante i controlli, gli agenti fermarono un’Audi Q3 con a bordo tre giovani e trovarono nel bagagliaio un ingente quantitativo di hashish. Da quell’episodio gli investigatori sarebbero risaliti ai presunti referenti del traffico di droga e a una rete più ampia di contatti, violenze e ritorsioni.

Le indagini hanno individuato due principali piazze di spaccio: una nella zona Q5 di Latina e un’altra nell’area di Borgo Piave. Secondo gli investigatori, le cessioni di cocaina, crack e hashish sarebbero avvenute con continuità, anche attraverso consegne a domicilio. Intercettazioni, videosorveglianza e analisi forensi dei telefoni cellulari avrebbero permesso di ricostruire una vera e propria contabilità dello spaccio. In un container collocato su un terreno vicino all’abitazione di uno degli indagati sarebbero stati sequestrati oltre un chilo di cocaina ad alta purezza e circa 2,7 chili di hashish.

Ma il salto di qualità dell’inchiesta riguarda soprattutto le armi e gli esplosivi. Nella notte tra il 4 e il 5 gennaio 2026, in un appartamento nella disponibilità di uno degli indagati a San Felice Circeo, la Polizia avrebbe trovato sette pistole, un silenziatore, centinaia di munizioni, quattro ordigni esplosivi e oltre due etti e mezzo di tritolo. Un sequestro che, secondo la Procura, dimostrerebbe la disponibilità di strumenti immediatamente utilizzabili per azioni intimidatorie e potenzialmente pericolose per l’incolumità pubblica.

Nelle carte dell’indagine compaiono anche conversazioni ritenute dagli investigatori particolarmente significative. In una delle intercettazioni riportate dalla stampa locale, Antonio Mazzucco e Davide Beccaro avrebbero discusso della possibilità di colpire l’abitazione di Sabrina De Angelis, pusher finita poi tra gli arrestati, sospettata da loro di essere un’infiltrata o una confidente della Polizia. Beccaro avrebbe parlato di andare a prendere “du berette, una nove e una sette”, mentre Mazzucco avrebbe aggiunto: “Io lancerei proprio ’na bomba sopra”.

Sempre dalle intercettazioni emergerebbe il racconto di una spedizione punitiva ai danni di un soggetto soprannominato “Falchetto”, colpito con percosse, ginocchiate, calci al volto e una quasi strangolatura con una calza. Un episodio che, se confermato nelle successive fasi processuali, rafforzerebbe l’ipotesi investigativa di un gruppo capace di usare la violenza come metodo ordinario di pressione e controllo.

La stessa logica intimidatoria sarebbe alla base degli incendi di autovetture avvenuti nei quartieri Q4 e Villaggio Trieste tra l’11 e il 12 marzo 2026. Secondo gli inquirenti, quei roghi sarebbero stati utilizzati come strumento di pressione nei confronti di persone che non avevano saldato debiti legati all’acquisto di sostanze stupefacenti. L’operazione Pac-Man si inserisce così nella più ampia stagione di tensione criminale che negli ultimi mesi ha attraversato il capoluogo pontino, tra bombe, incendi e ritorsioni.

Un altro dettaglio emerso dopo il blitz riguarda il ritrovamento di un rilevatore di frequenze. Secondo quanto spiegato dal dirigente della Squadra Mobile di Latina, Giuseppe Lodeserto, lo strumento potrebbe essere stato utilizzato per tentare di individuare una intercettazione ambientale installata su un’autovettura in uso a uno degli indagati. Durante le perquisizioni sarebbe stata inoltre trovata un’auto rubata con targa contraffatta, circostanza sulla quale sono in corso ulteriori approfondimenti investigativi.

Nella giornata del 13 maggio sono iniziati gli interrogatori di garanzia davanti al gip Laura Morselli. Secondo quanto emerso, i primi sette indagati comparsi davanti al giudice si sarebbero avvalsi della facoltà di non rispondere. Una scelta difensiva che apre ora la fase successiva del procedimento, mentre gli investigatori continuano a lavorare sugli elementi raccolti nel corso delle perquisizioni e sugli sviluppi collegati alla disponibilità di armi, droga ed esplosivi.

Nel corso della conferenza stampa, il procuratore capo di Latina Gregorio Capasso ha rivendicato la risposta dello Stato davanti a una criminalità definita di elevato profilo. La procuratrice aggiunta Luigia Spinelli ha invece sottolineato la gravità della disponibilità di armi e ordigni esplosivi, oltre alla diffusione del crack nel territorio pontino e alla capacità del gruppo di attrarre anche soggetti giovanissimi nelle attività illecite.

L’operazione “Pac-Man”, dunque, non chiude soltanto un’indagine sullo spaccio. Disegna, almeno secondo l’impianto accusatorio che dovrà essere vagliato nelle successive fasi giudiziarie, la fotografia di una criminalità che non si limita a vendere droga, ma prova a costruire consenso, paura e controllo del territorio attraverso il possesso di armi, la minaccia degli esplosivi e il ricorso sistematico alla violenza. Una fotografia che conferma quanto Latina sia diventata, negli ultimi mesi, uno dei fronti più delicati della sicurezza nel Lazio meridionale.